La memoria degli altri – di Chiara Valentina Speziale

È il 15 Maggio, c’è il sole, l’aria è fresca e io sono appena tornata dal Salone del libro di Torino, dove ho sentito parlare alcuni tra gli uomini che più ho amato negli ultimi anni, uomini come Javier Cercas e Bernardo Atxaga, ed entrambi hanno terribilmente insistito sul tema della memoria, sul passato che s’intreccia al presente (e, presumo, lascia in parte prevedere il futuro), anche se scrivono di cose diverse e con stili diversi e non si somigliano in niente, nemmeno un po’. E mi sono detta che quest’ossessione per il passato era più che naturale, visto che il paese ospite di quest’anno è la Spagna e che questi benedetti scrittori spagnoli stanno lavorando come disperati al posto degli storici per far metabolizzare a un’ intera nazione cose indigeribili come la guerra civile, la dittatura e l’oblio della transizione.

Nei giorni del Salone ho pensato molto, tra uno stand e l’altro, all’amnesia cronica di cui soffre l’Italia – vuoi per un’indole naturalmente distratta, vuoi per la carenza di dignità complessiva che secondo Bolaño ci fa fare la figura dei buffoni e che, in effetti, ci ha regalato almeno due comici di fama mondiale, vale a dire Mussolini e Berlusconi. Mi sono anche interrogata più volte – come ripete ossessivamente un’editor di Einaudi che ho conosciuto da poco – su argomenti come la coscienza sociale e la memoria civile e l’identità della nazione, argomenti di cui, essendo italiana, geneticamente non m’è mai importato niente. E di fatti non sono arrivata a niente: la storia che ho imparato a scuola non ha facce, non ha odori, non ha niente di epico: è, in ogni suo aspetto, un dovere episodico. Così ho continuato a vedere, per tre giorni, ininterrottamente, quello che ho sempre visto: un paese che si ubriaca per dimenticare. Non è male, in fondo ha i suoi vantaggi: siamo il paese dell’arte e del divertimento, tra le tante possibili croci non è di certo la peggiore.

Poi ho assistito per caso alla conferenza di Llamazares, che non ho mai letto e di cui ho comprato l’unico libro in lingua nell’unico stand dell’unica libreria internazionale (d’altra parte, che c’è da recriminare? Sono al salone del libro Italiano. Qui si vende a lettori Italiani. Mica pretenderanno che i lettori Italiani leggano in altre lingue e si occupino di altri fatti, no? A proposito: non sono riuscita a sentire Fabio Volo perché era tutto esaurito da giorni. Peccato, doveva essere drammaticamente interessante); e insomma, questo Llamazares – che ha l’aria di un barbone ubriaco nel momento in cui la sbronza sta andando via e devo dire che mi era sembrato più interessante da guardare che da ascoltare – stava parlando come tutti gli altri spagnoli della memoria, della follia della guerra civile, del patto d’oblio che ha sostenuto la transizione, e io stavo lì a sentire ormai quasi annoiata – perché la prima volta è esaltante, la seconda interessante, la terza già è un deja vu – quando lui dice questa cosa, dice La memoria è come l’acqua: se le sbarri la strada, comunque trova il modo di uscire. E in quel momento l’avrei baciato, appassionatamente credo, anche se non sapevo bene perché.

L’ho capito oggi, e per la verità non ha niente a che vedere col calendario, col sole e l’aria fresca; è che mi è capitata questa cosa rarissima di svegliarmi pensando a mio nonno, che tecnicamente non fa parte della mia memoria – lui è morto quando avevo 15 anni ed ero nel pieno della crisi adolescenziale (a quell’epoca, ma suppongo anche in questa, i problemi di un’adolescente irrequieta erano come farsi scopare e da chi senza farlo sapere ai propri genitori) – ma che nella mia memoria ha lasciato alcune immagini definitive: le sue mani che lottano per riparare dal vento un riporto di dubbio gusto, le sue mani che preparano la pipa prima che inizi il telefilm delle sette (quello in cui Michael Douglas era solo il figlio di Kirk Douglas e interpretava un poliziotto non tanto affascinante), le sue mani che sistemano il filo spinato attorno all’orto, e almeno tre conversazioni che non scorderò mai. La prima riguardava la geografia, che io non volevo studiare; dovevo avere più o meno otto anni e lui mi disse che certe volte, quando non riusciva a dormire, prendeva un mappamondo e segnava tutte le rotte che aveva percorso nella sua vita, e quelle che avrebbe voluto percorrere. Anche se – disse – per come stanno le cose non potrò farlo mai.

La seconda fu davanti al camino della nostra casa al mare, mentre mia madre – sua figlia – stava morendo nell’ospedale di un’altra città e lì in quella casa eravamo rimasti solo io e lui. Per la verità non ricordo tutta la conversazione, per la verità ricordo solo una frase di tutta la conversazione, che era Se dai la tua parola devi mantenerla, qualunque cosa succeda tu la devi mantenere. È questo che ti fa diventare una persona per bene. E se non sei una persona per bene, allora non sei nemmeno una persona.

La terza fu dopo la morte di mia madre, in un centro termale siciliano di cui ricordo solo la piscina e i limoni, io avevo tredici anni e a scuola mi avevano dato questo tema: Chiedi ai tuoi nonni come hanno vissuto la guerra. Io l’avevo chiesto a mio nonno e mio nonno aveva detto chiedi a tua nonna. La storia che lei mi raccontò era davvero tremenda, disse che durante la guerra si era divertita moltissimo, che avevano tutto quello che serviva, tranne lo zucchero, che lei e le sue due sorelle erano grasse, che quando suonava l’allarme correvano nei rifugi anti-bombe, cunicoli scavati nella montagna, e lì c’era sempre chi aveva qualche strumento e suonava e tutti gli altri passavano il tempo ballando. Che l’unico vero pericolo erano i partigiani.

Ora ho 36 anni e negli ultimi 23 ho sempre pensato che fosse questa la parte interessante, vale a dire l’improbabilità ai limiti del grottesco del punto di vista di mia nonna su tutta la faccenda della guerra. Poi sono stata al Salone e ho sentito Cercas e Atxaga, ma soprattutto l’unico che non conoscevo, Llamazares, e la storia dell’acqua. E mi sono ricordata che mai, nemmeno una volta, ho sentito mio nonno parlare della guerra. Nemmeno un episodio o un accenno; mi sono chiesta che fine avesse fatto quest’acqua, la sua memoria, che strade avesse preso. Così ho chiamato mia zia – sua figlia, che ha un parkinsonismo raro e una depressione comprensibile e che perciò era molto, molto felice di sentirmi – che mi ha raccontato il poco che sapeva, cioè che dopo la crisi del ’29 mio nonno e suo padre erano andati via da un paesino depresso – geograficamente ed economicamente – della bassa ferrarese per vendere trattori in Libia, che lui era tornato in Italia – ma non sapeva quando, né come, né con chi – con una croce di ferro che non si sa come si fosse procurato, né dove, né quando, né a beneficio o a danno di chi, che al rientro aveva camminato per 800 chilometri – la distanza che separa Jolanda di Savoia da Brindisi – per arruolarsi con gli alleati e che poco dopo si era ritrovato a lavorare per gli alleati, nel controspionaggio, col compito – ha detto lei – di riaprire i cinema, ritirare le pellicole di propaganda del regime e consegnarne nuove, diciamo meno pericolose. Per il resto, non aveva idea dei dettagli e tutto quello che sapeva l’aveva dovuto estorcere a mia nonna, quando ancora era in vita.

Così, dopo averla salutata, ho chiamato mio zio, il mio prozio per l’esattezza, che ha 98 anni – ma per fortuna è lucido come un settantenne – e che non sentivo da anni, e anche lui era molto, molto felice di sentirmi, e mi ha detto che mio nonno aveva avuto una vita molto avventurosa, ma che della guerra non gli aveva mai parlato. Mai? Proprio mai? Mai, assolutamente. E poi ha iniziato a raccontarmi tutte le cose che già sapevo di lui, perché – come in Spagna – anche nella mia famiglia esisteva questa tradizione della sobremesa e dopo aver mangiato, dopo che i bisogni del corpo erano stati soddisfatti, a turno gli adulti raccontavano gli episodi divertenti della loro vita, ed era una vita che per me – sia da piccola che da adulta – aveva qualcosa di ipotetico e luccicante, e si svolgeva tutta negli anni in cui il mio bisnonno possedeva catene di cinema e mio nonno lavorava per la Paramount e tutti andavano a teatro con divi del cinema e mangiavano ostriche a mezzanotte dopo la prima di questo o quel film a Roma o a Milano.

Mio zio parlava e io avevo in mente la faccia di Llamazares mentre diceva che la memoria è come l’acqua, e la faccia di mio nonno mentre parlava della parola data, e mi sono detta che la parte interessante del racconto di mia nonna sulla guerra era un’altra, era il prologo, vale a dire il silenzio di mio nonno. Un silenzio ostinato e costante che si è impresso nella mia memoria come le poche immagini tenere che ho di lui e quelle tre conversazioni, e che ora se ne viene fuori come l’acqua e mi porta a chiamare un amico che scrive, a cui racconto tutto, che è molto più pratico di me – sono profondamente italiana, distratta e spesso ubriaca. Diciamo non esattamente un esempio d’efficienza – e che mi dice Dovresti partire da quello che hai. Cos’hai?
Delle foto, dico io, una montagna di foto, ma solo due o tre con gli americani. E una croce di ferro di cui non trovo la motivazione.
Ma in che reggimento stava lo sai?
No, nemmeno per idea.
Eh, dice lui, comunque devi partire da quello che hai.

E così parto dalla croce di ferro, parto da Google – che ha anche lui seri problemi col passato, ma che grazie a dio fornisce contatti di chiunque si occupi di qualunque cosa a questo mondo – e la terza telefonata del mattino è con uno che si occupa proprio delle croci di ferro (ho il dubbio che sia un nazista, nemmeno troppo neo, ma forse dovrei guardare meglio il suo sito. O forse no, forse conviene che segua le sue istruzioni senza perdere tempo su strade che la mia acqua difficilmente avrà percorso) e che mi dice di andare all’anagrafe a procurarmi uno stato di famiglia in cui si attesta che io sono proprio nipote di mio nonno.
Dove sei nata?, dice
A Cosenza.
E tuo nonno?
In provincia di Ferrara.
Ah, dice lui, allora è semplice: prima vai all’anagrafe di Cosenza e ti fai dare lo stato di famiglia, poi vai all’archivio di stato di Ferrara e ti fai dare il foglio matricolare di tuo nonno. Poi mi chiami e vediamo di capirci qualcosa.

Io faccio il calcolo dei chilometri tra Pisa, che è dove vivo, Ferrara e Cosenza, considero l’inferno che può essere un ufficio dell’anagrafe in Calabria e non mi sembra tutto così semplice. Però è il 15 Maggio, c’è il sole, l’aria è fresca, e nonostante la mia fobia borgesiana per l’eccentricità lessicale, inizio a nutrire una certa simpatia per la parola rabdomante.

12 Comments

  1. Sik ha detto:

    Come titolo era meglio: “Un clistere di memoria liquida”, non pensi Chiara?

  2. Giulia ha detto:

    Molto bello questo editoriale e bella pure la metafora dell’acqua…
    Mi permetto una critica, però. Salgo in cattedra, colpetto di tosse intellettualoide e…

    Credo che i nostri difetti, ogni tanto, dovremmo provare ad attribuirli più a noi stessi e meno all’Italia.

    Io sono italiana quanto te, Chiara (perdona il Tu, ma oggi mi viene meglio così), eppure di “coscienza sociale”, “memoria civile” e “identità della nazione” mi sono sempre personalmente occupata e preoccupata. Soprattutto della memoria, in ogni sua forma. Sono italiana quanto te eppure non sono “distratta e spesso ubriaca”. Come la mettiamo? Mettiamola che ognuno di noi sceglie di essere ciò che è e quando non si piace, tende a giustificarsi con la nazionalità che ha stampata sul documento di identità. Oppure, chi lo sa, il punto è che tu sei di Cosenza e io di Roma 🙂

    Infine, dare del comico a Mussolini (passi per Berlu) è pericoloso quanto dire che Hitler era una folle. Non c’è comicità in una dittatura lunga 20 anni, non c’è follia nella capacità di reggere una nazione per 10 e convincerla a sterminare 6 milioni di ebrei (senza contare prigionieri di guerra, omosessuali, disabili, oppositori politici ecc.).

    Noi siamo la memoria per chi verrà dopo di noi, per cui, stiamo attenti alle parole, quelle che ci arrivano dal passato e quelle nuove.

  3. Annalisa ha detto:

    grazie Chiara, di quell’acqua che non puoi e non vuoi fermare, e che spero investa tutti noi!

  4. Chiara ha detto:

    Giulia: un conto è l’individuo e un altro conto la società. Come diceva Corrado “facciamo due conti separati”. Che tu ti preoccupi individualmente delle tre cose di cui sopra è cosa buona e giusta, che ci sia una frattura del racconto orale a partire dalla generazione del ’70 è un fatto oggettivo che non ha molto a che vedere con la tua storia personale. Per frattura del racconto orale intendo che troppi padri, madri, nonne e nonni hanno smesso di raccontare la società civile alle nuove generazioni. Non a caso molti ventenni sono convinti che non ci sia alcuna differenza tra i politici della prima e della seconda repubblica.
    Hai ragione, tu sei di Roma e io di Cosenza, ma sono anche dell’Emilia, del Trentino e della Toscana. Diciamo che sono italiana e non sempre con fierezza, anche se con una certa simpatia. In fondo il nostro è un paese interessante.
    Riguardo a Hitler, be’: sei certa che avere come proposito quello di sterminare sei milioni di ebrei sia un chiaro indice di salute mentale?
    Riguardo a Mussolini: sono assolutamente certa che una persona, una qualunque persona, non possa essere una sola cosa alla volta. Mussolini, per esempio, era allo stesso tempo un criminale e un buffone. E di certo la definizione non è esaustiva.
    Per finire: non sono le parole a essere pericolose, ma le persone. Considerando il numero di libri bruciati a causa della loro pericolosità, se io fossi una parola farei molta attenzione alle persone che mi giudicano male.

  5. Sik ha detto:

    Scusate se mi intrometto ma… chi è Corrado?

  6. Giulia ha detto:

    Chiara: la società è fatta di individui (che fa tanto cane che si morde la coda).
    Io ho 23 anni. Ho ascoltato quando mi si raccontava; ho domandato quando non mi si raccontava; ho cercato quando né potevo ascoltare né potevo domandare.
    Quindi torno alla mia convinzione. Non contano le generazioni né la nazionalità, conta l’individuo e cosa gli fa più comodo credere, pensare di sé.
    La parte Roma-Cosenza, era una battuta… evidentemente riuscita male 🙂 Anche perché, tirando in ballo le mie radici, mi sa che in due copriamo non dico tutta, ma almeno mezza Italia.
    Se analizzassimo bene gli eventi che hanno portato alla realizzazione del piano di Hitler, ci accorgeremmo che si è trattato di una estremizzazione distorta di semi già piantati, posta in atto da una mentalità complessa e tormentata. Purtroppo, insomma, si trattò di crudele raziocinio.
    Son d’accordo con te. Il punto è che abbiamo l’obbligo di essere esaustivi. Di calibrare quel che diciamo e scriviamo. Altrimenti parrebbe tutto troppo semplice: basterebbe non votare (perché all’Italia ci sono volute due guerre mondiali per arrivare a questo squisito livello di democrazia e, personalmente, me lo tengo ben stretto) uno che sembri un buffone criminale (o un criminale buffone). Eppure, guarda caso, pare non sia così semplice.
    Non ho mai detto che le parole siano pericolose. La parola “parola” l’ho sempre legata a un atto umano: dare/dire prima, veicolare poi (forse nel secondo caso meno limpidamente, ma il senso era quello). Siamo noi a dire le parole, a leggerle, a scriverle, a pensarle. Siamo noi a renderle armi o doni di pace. Siamo sempre noi ad avere il compito di gestirle, capirle, affrontarle. Prendercene cura.
    “Le parole sono importanti”, diceva qualcuno… e cavolo se aveva ragione.

  7. Chiara ha detto:

    Sik: Guzzanti.

  8. Chiara ha detto:

    Erano fatture. Scusa, l’ho letto tipo 7 anni fa e non ricordavo bene. Ho la memoria corta (perchè sto nelle balere quasi ogni notte fino alle 3) e mi tocca sfruttare quella degli altri.

    http://trastullazio.blogspot.it/2012/06/distinguo-un-conto-e-dire-che-negli.html

  9. Sik ha detto:

    Ah ecco, Guzzanti. Vi lascio alle vostre cose.

  10. Chiara ha detto:

    Le mie cose dovrebbero arrivarmi tra 15 giorni circa, per il resto che vuoi lasciare? La storia è la storia, la finzione è la finzione e il relato real non sta nel mezzo.
    Giulia, come diceva quello (quello che è morto nel 2003): io sto con Borges.

  11. Giulia ha detto:

    Sik: rassegnati.
    Chiara: io l’avevo capito che era Guzzanti 😛

  12. Zio Scriba ha detto:

    Sono più che d’accordo su mussolini criminale E buffone.
    E credo che sulla seconda veste bisognerebbe insistere maggiormente, affinché i troppi che ancora lo idolatrano abbiano a sentirsi non solo dei potenziali criminali (il che, lo sappiamo benissimo, li ringalluzzirebbe) ma soprattutto dei patetici e caricaturali fessacchiotti adoratori di un minus habens, e cominciassero a vergognarsene.
    Non a caso i tiranni hanno sempre temuto sopra ogni cosa il ridicolo.

    Da nemico giurato delle censure, e delle violente permalosità più o meno beduine, non posso che concordare pure sul fatto che pericolose sono le persone, non le parole. (Le peggiori fra tutte sono sempre le persone che non hanno E NON VOGLIONO AVERE dimestichezza con le parole scritte, o con parole scritte che siano al di fuori di qualche presunta “Verità” rivelata, sia essa una fanfaluca mitologico-superstiziosa, una dogmatica e fossilizzata ideologia o gli slogan di qualche nuovo leader furbiciattolo, non solo politico ma anche jobbesco ecc).

    Quanto alla memoria, essa può essere fortissima nei singoli, ma è purtroppo debole nelle masse, proprio perché la loro è una dimensione orale. I miei genitori, e la stragrande maggioranza di quelli della loro generazione, avevano vissuto la guerra (anche se da bambini) e ne parlavano. I genitori di adesso (non tutti, ma sempre la stessa stragrande maggioranza) vivono di banalità escrementizie e inferiorizzazione televisiva, e parlano coi figli di videogiochi, reality, gossip, tariffe telefoniche e mutande griffate, oppure parlano della cugina del macellaio che gli ha negato “amicizia” su Fessobukko, o ha spettegolato alle loro spalle su Cippicippi.
    Ed è in questo vuoto pneumatico che si trovano a loro agio, e si sviluppano, le metastasi delle tragedie a venire.

    p.s.
    Se c’è una cosa che mi fa amare tuo nonno, è quella frase sul “rispetto della parola data”. O, come direbbero i Sioux, “Non avere lingua biforcuta”. Le poche persone decenti che ho incontrato in vita mia avevano una parola sola. Io faccio di tutto per somigliare a loro.