Non scrivo per professione, non sono una scrittrice e non voglio diventarlo, ma lavoro con I Libri.
Sono di quelli che – dopo il “parto”, quando il figlio/libro è stato ripulito vestito allattato – lo porto a passeggio. Per “mestiere” stabilisco chi deve averlo tra le mani, so chi probabilmente lo leggerà, cosa ne potrebbe pensare. Ogni singola scelta di invi(t)o che faccio è una sorta di “moltiplicatore”: se il libro piacerà e quel lettore putativo ne parlerà, allora la stessa copertina, le tot pagine, le bandelle, avranno altre impronte digitali, diverse da quelle a cui posso dare un nome e un cognome.
E mi sono inventato un gioco, che faceva in altra veste Fellini quando divenne fumettista per La Domenica del Corriere: cerco di immaginare chi sarà a leggere i libri della Neo (quelli che sento più miei).
Il mio lettore ideale deve tenere il libro con una sola mano, facendo combaciare le pagine dispari con le pari, deve piegarlo su se stesso. Nell’altra mano deve avere una penna o una matita, per lasciare tracce del proprio passaggio tra quelle pagine, quasi fossero strade parigine libere ai writer. Mentre legge deve distrarsi soltanto per raccogliere il segnalibro che ogni tanto scivolerà via. Deve avere un segnalibro diverso per ogni romanzo, della libreria in cui l’ha acquistato. I segnalibri carini deve collezionarli e tenerli come reliquie. Se non ha il segnalibro deve avere un’accortezza: fare l’“orecchietta” una volta nell’angolo in alto e un’altra giù, affinché il libro non diventi cicciotto in modo deforme. Deve, il lettore dei miei sogni, alla fine del viaggio di carta, scrivere nome (il suo) data e luogo in cui ha flirtato con l’anima papiresca. Se non gli è piaciuto non lo deve fare, no, perché i libri o li ami o li disconosci (per molti ci vorrebbe l’oblio). Vorrei che leggesse in ogni luogo, che plasmasse quasi le proprie abitudini per farlo: superare l’imbarazzo della solitudine su una panchina, prendere il treno e non l’aereo soltanto per sentirsi giustificato nell’(in)attività del libro, comprare una borsa più grande per averlo dietro sempre. Vorrei che il libro del mio lettore fosse sporco, avesse odori e macchie dei luoghi in cui è stato portato: un viaggio viaggiatore, ecco. Il proprietario non deve avere l’amore da clichè per il profumo del volume intonso. Il mio lettore deve essere espressivo, deve avere un viso con una bella mimica facciale, che ha il suo trionfo proprio mentre legge: deve sorridere, corrucciarsi, dire quei “no” sussurrati come a scuola mentre suggeriva all’amico interrogato. Non deve arrivare mai ad avere libri sul comodino, e non perché li finisce in una notte o legge soltanto bignami della narrativa, ma perché si addormenta mentre legge. La mattina deve cercarlo sotto il letto, il libro.
Il mio lettore deve contaminare il libro. Con la propria immaginazione, con tre aggettivi per definirlo, col dissenso e con la tolleranza. Deve osservarlo come si fa con un nuovo amore, notando i piccoli particolari, le virgole di troppo, quelle che avrebbe aggiunto, i punti che “ci sarebbero stati proprio bene”. Quando ha tempo vorrei avesse il desiderio – e lo facesse per davvero – di rileggere alcune pagine, i passi che ha sottolineato. Il mio lettore pensa ancora un po’, qualche giorno, a ciò che ha letto. Lui guarda con un occhio diverso ciò che lo circonda dopo ogni libro, chissà perché. Ha una strana presunzione come di chi ha vissuto tanto, chissà percome.
Il mio lettore ideale legge perché non potrebbe fare altrimenti. E alla parola “fine” ha una dolce stanchezza.
“Uomini capaci di parlare di baseball
e di pugilato mentre parlavano di libri.
E parlare di libri come se ci fosse qualcosa in gioco.
Che non aprivano un libro per adorarlo
o per sentirsi nobilitati o per dimenticare il mondo che li circondava.
No, che “boxavano”col libro”
(Philip Roth – Ho sposato un comunista)
21 Comments
quando leggevo somigliavo molto al tuo lettore: piegavo i libri, non iniziavo senza una matita, segnavo il mio nome, la data, il posto del mio incontro con un libro. ero sicuramente una “lettrice sporca”. Che, guarda caso, ha boxato con grande soddisfazione, tra l’altro, proprio con “Ho sposato un comunista”.
Non so perché si smetta di leggere. Questo pezzo mi ha scossa. Queli di Neo sono fortunati.
Bello, Isa. 🙂
Insomma, un lettore quasi maniacale?…
Però bello sì 🙂
Secondo me poi i libri sono un po’ come dei veri figli: li si mette al mondo, ma non si può prevedere le strade che prenderanno, le persone che incontreranno. Vivono un po’ di vita propria.
Elisabetta, si smette di leggere per la stessa ragione per cui si comincia: nessuna. Ora leggi, poi smetti di farlo per giorni mesi anni, e poi ricominci. O non ricominci più. Essere lettori non è uno sport, è un’indole.
Mi ci ritrovo e direi proprio di sì. Ho sempre associato la carta del libro ad una felpa, che la indossi, diventa lisa, la macchi, ti alzi il cappuccio, chiudi la cerniera, ci ficchi dentro il collo. Uso poco i segnalibri e molto le orecchiette. Se i lettori vedessero i libri come vestiti non sarebbe male, tipo che al posto di una cinta vai ad una festa con un libro, e quel libro parla di te, di sicuro molto più di un accessorio.
Vedo una ragazza, indossa un Anais Nin e e dico: “stai benissimo con Henry e June”, tipo. E poi me ne innamoro.
Rocco, se la incontri con “tre metri sopra il cielo” l’ammazzi?
isabella non so. ciò che mi farebbe desistere non è tanto moccia quanto l’età. se ci provo mi arrestano per pedofilia.
Ebbrava Isa! (Io ho una collezione di segnalibri bellissimi! 🙂 )
rocco: io ho letto moccia (ebbene sì, ma non giudico mai senza prima ecc ecc) a 28 anni.
seia: GRAZIEEE. anche io ho una bellissima collezione di segnalibri: facciamo come le figurine dei calciatori, scambiamo i doppioni?
Certo! Ma sono off i mie segnalibri con gli angioletti d’antan 😀
isabella, forse è per questo che non ti è piaciuto. in ogni caso mi terrò alla larga dall’accessorio-Moccia.
Se mi presento ad una festa con, in mano, “La nascita della tragedia” di Nietzsche, dici che mi additano come menagramo?
[…] cose quanto belle a vederle, tanto e più dannose agli occhi nella lettura; ma ben ragionevoli in un tempo nel quale i libri si stampano per vedere e non per leggere.
–
G. Leopardi, Pensieri, III
Capita che mi fermi su un rigo, un paragrafo, un capitolo, e ci resti anche due giorni. Mi capita di leggere a bassa voce, tra me, me e me, un periodo ottomilionidivolte. Capita che finisca un romanzo e mi senta orfano di un viso immaginato, di una vita distante, di una storia, di posti e odori e suoni che non mi appartengono. Perdo i segnalibri, sempre. Anche se me li regalano. Faccio le orecchie alle pagine, dormo sul libro che leggo, delle volte lo tengo tra le gambe, delle volta vola dal divano e mi tocca andare a sottrarlo al gatto.
Delle volte m’innamoro, delle volte quasi piango, delle volte quasi rido.
Delle volte quasi mi perdo.
E mi piace.
“Il mio lettore ideale deve tenere il libro con una sola mano, facendo combaciare le pagine dispari con le pari, deve piegarlo su se stesso”
no che si scolla!
Bellissimo. Se fra qualche tempo, di questo e altri testi simili, se ne potesse fare un libro, sarebbe una gran cosa. Complimenti Isabella.
“È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. Non cerca in un romanzo russo informazioni sulla Russia, perché sa che la Russia di Tolstoj o di Čechov non è la Russia della storia ma un mondo specifico immaginato e creato da un genio individuale. Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.”
Nabokov
ps grande Isa!
epic: se è un tascabile, si rompe…
grazie Simone, grazie Paolo.
Ben detto, brava isabella, molto da condividere. personalmente faccio sempre le orecchie in alto, così alla fine la parte alta del libro è grassa come una salsiccia, ma non me ne vergogno, un libro vissuto è molto meglio di un libro che sembri intonso. sui segnalibri sarei più duttile: vanno bene i biglietti del treno (poi ci si ricorda del viaggio fatto menre si leggeva), come i biglietti da visita di chi si è incontrato. naturalmente ci scrivo sopra (sui libri, non sui segnalibri) i miei commenti, apprezzamenti, dissensi, dubbi. credo sia un diritto-dovere del lettore trasformare i libri letti in qualcosa che, rivisto nel tempo, ci ricorda cosa abbiamo pensato, come eravamo, come siamo cambiati. però cerco di non eccedere nel sentimentalismo. non voglio che i libri che amo di più tolgano ai nuovi arrivati il diritto di essere letti senza pregiudizi. potrebbe sempre arrivarne uno che è meglio di tutti i precedenti, no? o almeno lo spero.
Tengo il libro con due mani, in una anche la penna. Mi distraggo spesso e uso sempre lo stesso segnalibro, in genere un pezzo di carta straccia, che cambio solo quando diventa inservibile. In quanto a orecchiette, i miei libri a fine lettura sono origami. Non cancello quasi mai nemmeno i libri meno apprezzati, meritano comunque una sepoltura. Non c’entra l’imbarazzo, ma credo che l’unico luogo pubblico dove abbia senso leggere sia il treno: forse perché so di non essere espressivo, ma di limitarmi a una paresi facciale da lobotomia (può capitare, no?, di dimenticarsi di avere un corpo). Il mio comodino è coperto di libri, tra letti e non letti, non so perché. Per il resto credo di somigliare a questo “lettore ideale”, ammesso che abbia una qualsiasi rilevanza.
piero: si attende sempre che arrivi un libro amabile, se non più degli altri quanto loro. Ed è sempre sbagliato avere dei pregiudizi, almeno in letteratura. Ultima lettura: “l’ombra del vento”: c.v.d.
Bez: in treno, giovedì 28 novembre, 6 ore, ho letto due libri: “Betty” Simenon, e l’ultimo di Piccolo. Ha rilevanza, almeno statisticamente. Aspetto chi ha un segnalibro in argento, che non scriva alcunché sulle pagine, che legga soltanto in poltrona.