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DEL

conchiglia #37563

Le prime parole a incepparsi furono ti, amo e tanto.
Poi vennero mi, devi e scusare.
E poi ancora non, so, cosa, mi e succede.
Da lì in poi tutte le parole hanno iniziato ad aggrovigliarsi, a calpestarsi e ad arrivare tutte spaiate e incomprensibili, nonostante Del le pensasse in perfetto ordine.
Lui le organizzava tutte al loro posto, rispettando grammatica, sintassi e logica, ma quelle alla fine uscivano dalla sua bocca in ordine sparso, del tutto casuale, senza che si capisse più un accidenti.
Col tempo, per non avere problemi, aveva imparato a esprimersi con una sola parola alla volta. Si – No – Grazie – Dopo. Cose così. Agli occhi degli estranei poteva apparire un po’ burbero e taciturno ma, almeno, risultava comprensibile.
La patologia non aveva una nome. Nessun medico era riuscito a dargli una spiegazione plausibile. Però Del un nome l’aveva trovato lo stesso, e a chi gli chiedeva cosa c’era che non andava rispondeva semplicemente “Myriam”, mentre gli occhi, ogni volta che pronunciava quel nome, gli si allargavano un po’.
Myriam era una una modella
                                                        dalla pelle color ebano
                                                    e
                                                        dall’odore di Maghreb

questo avrebbe voluto aggiungere ogni volta Del, se non avesse avuto quel problema. E allora si limitava a pensarlo ed è per questo che gli occhi gli diventavano più grandi. Perché si ricordava di quella pelle e di quell’odore. Che poi Del, il Maghreb, non l’aveva mai visto.
Figuriamoci annusato.
Eppure, se glielo avessero chiesto, avrebbe giurato che aveva proprio quell’odore lì, il Maghreb.
Quello della pelle color ebano di Myriam.

Del incontrò Myriam grazie ad un annuncio.
Il quarto, per l’esattezza.
Ma qui occorre fare un passo indietro.
All’epoca Del era un pittore completamente sconosciuto ma molto, molto testardo. Ogni mattina si svegliava e portava il suo catalogo – sempre aggiornato, come amava ripetere – nelle migliori gallerie d’arte di Parigi.
La risposta però era sempre la stessa, pronunciata a voce alta e con tono un po’ irritato, e suonava all’incirca così:
“COMMENT DIABLE PUIS-JE VENDRE CETTE MERDE!?!”, con l’accento forte che cadeva esattamente su MERDE, neanche a farlo apposta.
Risposta che, pulita da tutti i francesismi del caso, Del riportava agli altri facendola suonare all’incirca così:
“Gentilissimo, pur riconoscendo il suo talento, purtroppo ci è difficoltoso vendere questa roba”.
Del attribuiva tutti quei rifiuti a una mancanza di lungimiranza ed era certo che quei galleristi un giorno si sarebbero mangiati le mani nel ripensare che lo avevano avuto proprio lì, Del, il pittore più importante del secolo, e se l’erano lasciato sfuggire così.
Del non pensava mai che forse quei rifiuti dipendevano dal catalogo che presentava, quello sempre aggiornato per intenderci.
All’epoca il catalogo contava n. 3 quadri che erano nell’ordine:
1. “Natura morta” – (20x55cm) – incompleto
2. “Veduta dalla mia finestra” – (80x60cm) – incompleto
3. “Autoritratto” – (200x140cm) – almeno questo sì, completo, ma che Del si rifiutava di mostrare.
Tolto l’autoritratto, il catalogo si riduceva a n. 2 quadri, entrambi incompleti, che, per ovvie ragioni, avevano poche possibilità di essere scelti da un qualunque gallerista e che, piuttosto, facevano nascere una piccola e semplice domanda: Perché un catalogo così strambo?
Domanda alla quale Del avrebbe risposto senza alcun problema, se almeno un gallerista gliel’avesse posta.
Ma se nessuno lo interrogò mai circa la stramberia del suo catalogo, ci fu un gallerista che, con poche parole, gli cambiò la vita.
«Hai una bella mano» gli disse. «Perché non ti cimenti con qualche ritratto femminile?»
Del ci mise tempo a metabolizzare il suggerimento, e capì che per fare un ritratto femminile ci vuole innanzitutto una modella. Così scrisse il suo primo annuncio:

Cercasi modella
No perditempo

Secco. Preciso. D’impatto, pensò Del.
Niente paga, pensarono tutte le modelle di Parigi.
E infatti non si presentò nessuno, a parte una ragazza molto – ma molto – brutta, ben lontana dall’idea di modella che aveva Del per il suo ritratto.
Del però era testardo, non si arrese e scrisse il suo secondo annuncio:

Cercasi modella
BELLA PRESENZA!
No perditempo

Secco. Preciso. D’impatto, e questa volta chiaro, pensò Del.
Niente paga, pensarono nuovamente tutte le modelle di Parigi.
E siccome di gratis a Parigi ci sono soltanto le modelle brutte, non si presentò nessuno alla porta di Del che, nuovamente, non si diede per vinto e scrisse il suo terzo annuncio:

Cercasi modella
BELLA PRESENZA!
No perditempo
Paga Ottima Buona Discreta!!

Secco. Preciso. D’impatto. Chiaro, e stavolta ghiotto stuzzicante ragionevole, pensò Del.
Poca paga, pensarono ancora tutte le modelle di Parigi, ma comunque qualcuna si presentò.
Il lavoro però non fu affatto semplice. Le modelle parlavano spesso e si muovevano di continuo.
Il primo quadro fu un disastro.
Uscì tutto mosso.
Del, quindi, scrisse il suo quarto e ultimo annuncio:

Cercasi modella
BELLA PRESENZA!
No perditempo
Paga Ottima Buona Discreta!!
P.S. Capacità di restare immobile. E soprattutto muta!

Secco. Preciso. D’impatto. Chiaro. Ragionevole e, stavolta, circostanziato pensò Del.
Perfetto! Pensò Myriam, che parlava pochissimo e che per vivere stava immobile per ore facendo la statua vivente nei vicoli di Parigi.

Quando Myriam entrò nel suo studio, il tempo parve fermarsi.
Del notò subito che si trattava di una donna
                                                        dalla pelle color ebano,
                                                     e
                                                        dall’odore di Maghreb.

Myriam Si tolse la giacca e si sedette sulla sedia davanti alla tela.
Senza dire nulla.
Del iniziò a dipingere, e anche lui non disse nulla.
E i due restarono così tutto il pomeriggio.
Quando Del posò il pennello, Myriam si alzò, si rimise la giacca e andò via.
Il giorno dopo accadde lo stesso, sempre in silenzio, sempre immobile, e così i giorni seguenti.
Col tempo Del ebbe l’ardire di scoprirle una spalla, e Myriam rimase lì, immobile, e il giorno dopo si mise in posa con la spalla scoperta, in silenzio. I giorni divennero settimane, e le settimane mesi, e Del collezionava sempre più tele raffiguranti Myriam, ogni volta un po’ più svestita, la schiena, la gamba, la pancia, sempre in silenzio, sempre immobile.
Del dava pennellate febbrili, come se dipingere Myriam stesse diventando la sua ossessione. Ogni pomeriggio posava il pennello un po’ dopo, per aumentare il tempo che trascorrevano insieme, sempre in silenzio.
Poco a poco Myriam si ritrovò a posare completamente nuda, mentre le tele che la raffiguravano si ammucchiavano negli angoli della stanza.
Del ribolliva dentro nel vederla così e si inebriava dell’odore del Maghreb che rimaneva attaccato ai cuscini anche quando Myriam andava via. Sentiva questa cosa crescergli dentro senza sapere cosa fosse.
Del iniziò ad avere paura, paura che prima o poi tutto quell’amore gli potesse scappare fuori dal petto, perché lui l’amore non l’aveva mai provato prima, e non sapeva come si spiegava questa cosa qui, soprattutto a una donna
                                                        dalla pelle color ebano,
                                                     e
                                                        dall’odore di Maghreb.

Fino a quando non ce la fece più e decise di parlare, di dire qualcosa, di rompere quel silenzio che andava avanti da mesi, con lei nuda al centro della stanza e lui nascosto dietro la tela, mentre decine e decine di immagini di lei si affacciavano dalle tele appoggiate ai lati della stanza, moltiplicando all’infinito l’effetto di quella figura
                                                         dalla pelle color ebano,
                                                      e
                                                         dall’odore di Maghreb.

Quel giorno, quando Myriam entrò, Del le fece cenno di non sedersi e la fissò a lungo, sorridendo, mentre il petto gli stava per esplodere dall’emozione.
Tirò dentro aria e una buona dose di coraggio, fece per parlare, e proprio in quel momento gli si inceppò qualcosa. In fondo alla gola forse, nello stomaco, o sul cuore, o chissà dove, qualcosa smise di funzionare come doveva. E Del pronunciò una serie di parole che non avevano alcun senso.
Myriam lo guardò imbarazzata, Del riprese di nuovo coraggio e aria ma ancora qualcosa parve incepparsi, frasi incomprensibili volteggiarono nella stanza, e la cosa andò avanti per un pezzo, con Myriam che cercava di capire e Del che non riusciva a dire più nulla di sensato. Il panico iniziò a montare sempre di più, fino a quando Myriam si rimise il cappotto e uscì dalla stanza senza che Del avesse posato il pennello ma, soprattutto, senza che Del fosse riuscito a liberarsi dicendo Ti amo per la prima volta nella sua vita, Ti amo, per almeno una volta nella sua vita. Perché almeno una dannata volta va detto, Ti amo, sennò si rischia di impazzire come è successo a Del, che quelle parole non le ha mai dette e che non può fare altro che continuare a dipingere Myriam, anche se Myriam non c’è più. E allora deve dipingere la sua assenza, ma come si fa a dipingere un’assenza? Un’assenza la si può piangere, la si può odiare, la si può colmare, ma non la si può dipingere, perché una assenza non è una tela vuota. Una tela vuota raffigura qualcosa che non c’è mai stato, mentre Myriam era lì, con lui in quella stanza, Myriam
                                                          dalla pelle color ebano,
                                                       e
                                                          dall’odore di Maghreb.

Le prime parole a incepparsi furono ti, amo e tanto.
Poi vennero mi, devi e scusare.
E poi ancora non, so, cosa, mi, e succede.
Da lì in poi, Del non ha più parlato.

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