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GUSTAV
conchiglia #877

Quel venerdì Gustav rientrò dal suo giro più affranto del solito.
«Ancora nulla?» gli chiese il capo tra gli sbuffi del suo sigaro.
«Nulla» rispose Gustav alzando le spalle.
Il capo stette in silenzio qualche istante, tirò due boccate e poi disse «Allora ti toccherà giocare sporco».
Gustav sorrise e si sedette vicino perché il capo aveva astuzia da vendere.

Ogni venerdì Gustav faceva il giro della città per consegnare le lettere. Inforcava la sua bicicletta e pedalava di quartiere in quartiere. Aveva ormai così tanta esperienza che gli bastava prendere in mano una busta per capire se conteneva una buona o una cattiva notizia, regolandosi di conseguenza sull’espressione da assumere durante la consegna: una circolare di lavoro necessitava di una espressione neutra; una multa di una espressione greve; una lettera d’amore di un sorrisino complice.
Tra tutte quelle consegne, però, Gustav sperava sempre di trovare almeno una lettera indirizzata a Yasmin, fosse anche una bolletta dell’acqua. Yasmin era la ragazza che abitava vicino al mercato, in fondo alla strada.
«C’è qualcosa per me?» gli aveva urlato la prima volta che l’aveva visto, mentre aspettava appoggiata al cancello di casa. Quando Gustav la vide, rimase senza fiato. Aveva lunghi capelli neri e occhi che parlavano di oriente.
«Per me, chi?» le aveva chiesto impacciato.
«Yasmin Anwari» aveva risposto lei. «Sto aspettando una lettera dal mio paese».
Gustav aveva controllato nella borsa per poi scuotere la testa a malincuore. Ma da quel giorno Yasmin continuò ad aspettare la sua lettera, ogni settimana, appoggiata al cancello, urlando a Gustav ogni volta che lo vedeva «C’è qualcosa per me?»
Poi all’improvviso smise di aspettare, e Gustav non la vide più, cosa che lo intristì parecchio perché occhi come quelli non li aveva mai visti prima.

«Secondo te che lettera sta aspettando?», gli chiese il capo non appena Gustav gli si sedette vicino. «Non saprei, non ha detto nulla» fece lui.
Il capo sbuffò annoiato prima di continuare «Quanto era impaziente?»
«Parecchio».
«Aveva i piedi incrociati?»
«No. Non credo».
«La testa?»
«In che senso?»
«Inclinata verso destra o verso sinistra?»
«Sinistra direi».
«BINGO!» urlò il capo dando una manata sulla scrivania. «Lettera d’amore! Potessero scollarsi tutti i francobolli della città!».
Gustav lo guardò per un po’ con aria interrogativa. Poi azzardò «E quindi?»
Il capo si avvicinò sussurrandogli «E quindi scrivile una lettera d’amore».
Gustav annuì.
Poi si grattò la nuca.
«Ma non la sta mica aspettando da me».
«Ma non importa!» rispose il capo esasperato. «L’importante è che la stia aspettando!».
Gustav annuì. Poi però si grattò la nuca, di nuovo.
«Ma io non ho mai scritto una lettera d’amore».
«E tu copiala!» sbottò lui disperato, prima di aggiungere: «Quando senti che hai tra le mani una lettera d’amore, aprila e copiala».
Gustav annuì nuovamente e questa volta non si grattò nulla, andandosene via eccitato perché il capo aveva davvero astuzia da vendere.
Attese il venerdì successivo e si mise a copiare tutte le lettere d’amore che gli capitarono tra le mani, facendone un collage. Le apriva con cura, sbirciava qualche frase qui e là, le ricopiava, per poi richiudere il tutto con precisione chirurgica.
Quando Gustav reputò la sua lettera abbastanza lunga e abbastanza d’amore, la chiuse e ci scrisse sopra A Yasmin Anwari, osservando soddisfatto il suo lavoro.
Si recò al cancello di Yasmin, suonò e aspettò che uscisse. Yasmin lo guardò incredula, indicando la lettera che lui le stava porgendo. La aprì, diede un’occhiata e lo fissò negli occhi. Gustav la guardava trepidante, in attesa di qualcosa che suonasse come “È una lettera bellissima” o “Hai davvero scritto questo per me?”. E invece si dovette accontentare di un «Puoi leggermela? Non mastico bene questa lingua».
Gustav si pentì di non aver sollevato quell’aspetto al capo che sicuramente gli avrebbe saputo dare il consiglio più giusto. Si arrese quindi a leggere la lettera che a Yasmin piacque tantissimo. L’unica cosa che non le tornò era il passaggio in cui si magnificavano dei capelli biondi e quello in cui si parlava di una gita al lago. Gustav sorrise minimizzando la cosa e maledicendosi per non averla riletta a fondo.

«E alla fine cosa le hai detto?» chiese il capo allarmato non appena Gustav finì il racconto.
«Che era firmato da un ammiratore segreto».
«Cosa? Ma sei impazzito?» urlò il capo tirandosi su di scatto.
«Non ho avuto il coraggio, te l’ho detto» balbettò Gustav.
Il capo si accese un altro sigaro, dimenticandosi quello che già aveva tra le labbra.
«E ora?» gli chiese Gustav.
«E ora le scrivi un’altra lettera in cui le dici chi sei».
Gustav annuì senza grattarsi nulla, andandosene via eccitato perché il capo confermava di avere davvero astuzia da vendere.
Passò una settimana a scrivere la lettera d’amore, ma quando la consegnò non riuscì a dichiararsi perché Yasmin appena lo vide invitò alcune amiche per fargliela ascoltare. Gustav terminò di leggere tra i singhiozzi commossi delle donne, contente che al mondo potessero esistere ancora uomini così dolci.

«Cosa?! Ancora?!» sbottò il capo non appena Gustav gli raccontò l’accaduto.
«C’erano anche le amiche… mi sono intimidito» si giustificò lui.
Il consiglio del capo, dopo vari pugni sul tavolo e sigari accesi, fu sempre quello di perseverare e palesarsi. Ma il venerdì successivo Gustav trovò ancora più persone da Yasmin, avvisate dal passaparola e pronte ad ascoltare la nuova lettera d’amore dello spasimante segreto. E andò avanti così anche il venerdì successivo, e quello dopo ancora.
La voce si sparse di quartiere in quartiere e ogni volta accorreva più gente, anche dalle città vicine, per ascoltare quelle parole splendide. C’era chi piangeva, chi dava un pizzicotto al marito perché non aveva mai ricevuto nulla del genere, chi sospirava immaginando il suo principe azzurro.
Gustav ogni settimana si metteva giù e scriveva una lettera migliore della precedente, fino a quando a casa di Yasmin non si entrò più e dovettero allestire uno spazio all’aperto vicino al mercato. Della faccenda iniziarono ad occuparsi anche i giornali, facendo ipotesi sul presunto ammiratore segreto che sapeva scrivere lettere così belle. C’era chi diceva fosse il premio nobel brasiliano Gil Costela, chi parlava di un insegnante di lettere in pensione, chi ancora di un adolescente geniale. Gustav leggeva, ci rideva sopra e si riprometteva che il venerdì successivo sarebbe stato quello giusto. Ma più gente arrivava, più lui si intimidiva, rimandando alla settimana dopo.
Un venerdì, quando ormai la lettura era diventato un appuntamento fisso per tutta la regione con centinaia di spettatori, Gustav scorse il capo in mezzo alla folla. Aveva il suo sigaro in bocca e lo osservava severo. A quel punto decise di farsi coraggio per non deluderlo. Lesse più lentamente del solito soffermandosi su ogni parola e, in alcuni passaggi, riuscendo a trattenere a stento l’emozione. Le persone lo ascoltavano rapite, pendevano dalle sue labbra e quando arrivò all’ultimo rigo, quello dove c’era scritto il suo nome, Gustav alzò gli occhi, pronto per la dichiarazione, cercando tremante il volto di Yasmin, ma non lo trovò. Cercò allora quello del suo capo, sperando potesse aiutarlo, ma non trovò neanche quello.
Abbassò il capo e terminò la lettera come al solito, senza palesarsi, tra gli applausi commossi del pubblico, ripromettendosi ancora una volta che il venerdì successivo sarebbe stato quello buono.
Ma non ci fu nessun venerdì successivo.
Quando quel giorno il capo vide Yasmin, perse completamente la testa e, mentre Gustav leggeva, le confidò di essere il suo ammiratore segreto. I due, senza nemmeno aspettare la fine della lettura, partirono immediatamente verso un posto sconosciuto, dove potersi amare in piena libertà.
Gustav apprese la notizia qualche ora dopo, quando si sparse per tutta la città. Si barricò in casa, si chiuse nel suo silenzio e si grattò la nuca più e più volte rimuginando sul fatto che il capo avesse davvero tantissima astuzia da vendere.

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