Alieni, gelaterie in Alaska e cervelli da sfasciare.
Il dibattito intorno all’identikit del lettore contemporaneo lo trovo decisamente etereo, quasi mistico. Mi ricorda la sempiterna disfida tra chi crede agli alieni e chi no. Esistono i lettori? Avvistato un lettore nel Castello di Bucherwald. Sembra che nel film di Chaplin Luci della Ribalta ad un certo punto appaia un lettore. Secondo me il marziano custodito nei laboratori Nasa a Cape Canaveral è un lettore. La verità è che prima del lettore viene lo scrittore e non viceversa. Non esistevano lettori di Gadda prima della comparsa dei libri di Gadda.
A mio avviso si fa un uso improprio del termine lettore. Quando ci si spende nelle suddette astrazioni estenuanti si nobilita con l’inadeguata qualifica di lettore colui che dovrebbe essere definito consumatore. Allora, se intendiamo il libro come oggetto di consumo immediato alla stessa stregua di un cono gelato cioccolato-fragola, la questione acquista un altro significato e, come è risaputo da chi è ferrato in materia, è più facile accontentare bisogni preesistenti che inventarne di nuovi. Proporre il gusto cioccofragola può essere un rischio d’impresa notevole e, soprattutto, sottintende un lavoro di promozione forte che possa svellere le diffidenze dei tradizionalisti. Se poi si delibera di aprire gelaterie in Alaska, il presupposto di novità diventa sempre meno praticabile. Certo, chi apre una gelateria in Alaska dovrebbe avere piena coscienza dell’avvincente ma estremamente proibitiva missione alla quale va incontro. Tuttavia, fuori di metafora, non è mia intenzione scagliarmi indistintamente contro l’editoria. C’è una cattività all’interno della quale si cerca di sopravvivere e in cui sono invischiati tutti gli addetti ai lavori dell’intera filiera del libro. La sensazione è quella di una paralisi dove in maniera parassitaria si cerca di adeguarsi attraverso il metodo italiano che ha fatto scuola nel mondo: clientele e consorterie. Penso che la tendenza di affrontare il problema da un punto di vista unilaterale sia piuttosto miope e si atrofizzi ineluttabilmente in un gorgo dialogico sterile dove lo scrittore punta il dito contro l’editore, l’editore lo punta contro il lettore, il lettore lo punta contro il libraio, il libraio lo punta contro il distributore, il distributore lo punta contro il tipografo, il tipografo lo punta contro la cartiera, la cartiera lo punta contro gli alberi. Risultato? Il gelato s’è squagliato. Tutti si sono sporcati le mani. Nessuno l’ha spuntata. Invece di domandarsi chi sia il lettore, l’editore, lo scrittore, il carpentiere, è più utile domandarsi cos’è la società. Cosa è diventata. Io credo che la medesima corra il rischio di precipitare in una omologazione culturale aberrante che possa generare (in parte già le sta generando) conseguenze devastanti. In Cina c’era la terribile abitudine di fasciare i piedi alle bambine. Quindi, c’erano una moltitudine di donne che camminavano alla stessa maniera. Sicuramente potevano esserci piccole differenze di andatura ma si trattava di impercettibili variazioni sul tema. Ci saranno stati i tradizionalisti, sostenitori delle fasciature casalinghe, e i progressisti, a favore di un ricovero ospedaliero per una tale delicata operazione. La rivoluzione, la vera rivoluzione, è avvenuta quando si è incominciato a dire che non si dovevano fasciare i piedi di nessuno. Così adesso ci stanno fasciando il cervello. Ce lo stanno omologando. E crediamo che le piccole differenze siano le nostre identità. E la questione, purtroppo, non è facilmente risolvibile come quella dei piedi. Il cervello può farci capire che fasciare i piedi è una violenza ma la procedura inversa è impossibile. D’accordo, non fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Ma adesso che ce l’abbiamo fasciata dobbiamo romperla per eliminare le fastidiose garze. E come si fa?
Per togliersi le bende dagli occhi bisogna innanzitutto desiderare di vedere autonomamente. Per togliersi le fasce dal cervello bisogna desiderare di pensare autonomamente. La società è sana quando c’è tolleranza delle diversità individuali. Si tratta di una questione antropologica. Non è cosa che si possa risolvere attraverso rivelazioni anagrafiche sulla autentica essenza del lettore, dell’editore, dello scrittore, del carpentiere. È necessario uno sforzo collettivo affinché venga rintracciato l’essere umano che accomuna tutte queste categorie e le altre. Deve essere innescato un meccanismo virtuoso che riesca a rintracciarlo. Se non ci si adopera in questo senso si continuerà a fare un autolesionista gioco al ribasso che sarà possibile solo finché ci sarà fondo da grattare. Un uomo che non desidera assaggiare dei gusti che non siano sempre fragola e cioccolato, che non ha la curiosità di assaporare qualcosa di nuovo, non può essere considerato semplicemente un ostinato estimatore della fragola e del cioccolato. È qualcosa di molto più grave: non è un essere umano.