Recensione di Virginia Paparozzi
TRE IO racconta la storia di Dante, Giulia e Andrea, che in una notte senza sonno cercano una soluzione alle loro esistenze. Si è scelto di utilizzare tre inchiostri diversi per la scrittura del testo, una per ogni personaggio, così, sfogliando rapidamente il libro, blu rosso e verde si inseguono. Forse, se fosse stato possibile (ma il mio è solo uno spunto), il giallo avrebbe sostituito il verde, in modo tale da avere i tre colori primari, che man mano si miscelano negli incontri e negli scontri dei personaggi.
La notte è raccontata tramite un intrecciarsi spesso e caotico dei loro pensieri. Senza troppa accoglienza TRE IO ti fa entrare dritto dritto in camera da letto, nell’intimità di questi personaggi dall’anima inquieta. Non è troppo semplice leggere a chiare lettere quel brivido oscuro che magari si cerca di inghiottire per far finta di nulla. “Banalità, inefficacia, ridondanza” che vede Dante sempre e dovunque nella sua vita, e “un odio che abbraccia il mondo intero e non fa distinzioni, che ingloba tutto il creato con greve soluzione di continuità”, che arriva all’odio di sé cui si aggiunge l’incapacità di reazione. La perfezione esteriore della vita di Giulia, che dentro è marcia: “Provo un senso di scompenso. Lo stridore interno però non mi turba troppo. Ci sono abituata. È una vita che mi fingo innamorata di mio marito e credo che lui faccia lo stesso”. La semplice mancanza di pretese di Andrea: “Quando mi prende così mi si risvegliano i mostri. È quest’ansia che mi ammazza e so che non devo bere quando mi viene la paranoia. Altro che cassa integrazione. Qua mi licenziano proprio. E se perdo il lavoro che cazzo faccio. Nemmeno la finanziaria per questa macchina riesco a pagare. Me la pignorano. Poi esco a piedi, come uno sfigato.”
Una notte che non insegna nulla, una parentesi in cui i personaggi si fanno portavoci di un’ansia sottile, non urlata. E nel vortice silenzioso di quel che pensano sembra di sentire un unico grido disperato, un’unica inquietudine.