Tre Io e Il Rifugio dei Moai
Bella scoperta questo Mario Rossi. Dallo pseudonimo più abusato d’Italia arriva un romanzo che tutto è tranne che banale e standardizzato.”Tre io” è lo specchio della nostra epoca non soltanto per ciò che narra ma anche e soprattutto perché chi lo fa si tace, come la gente comune riesce a essere sincera soltanto in un confessionale, in chat o su un lettino ergonomico. Gente che quando è sincera è anche molto feroce con se stessa. Forse è questo l’obiettivo primario dell’autore: negarsi al pubblico per essere più vero e scrivere finalmente libero dalla morale, dai pregiudizi, dalle aspettative.
Quella di Mario Rossi è una narrazione cinica e disincantata ma non “furba”. Tre i protagonisti che, come da titolo, parlano ognuno in prima persona. Le loro storie guizzano in un mondo che comprendono ma che non accettano stolidamente; si dispiegano in luoghi diversi di una qualunque provincia italiana per poi intrecciarsi e trascinarsi tutt’altro che stancamente fino ad un epilogo largamente inatteso. Dante, Giulia e Andrea, ognuno col proprio bagaglio, con i propri fantasmi, con la rabbia repressa. Tre protagonisti cui l’autore affida una diversa colorazione. Una differenziazione cromatica che non è espediente letterario ma che risulta essere funzionale se non addirittura indispensabile.
II linguaggio è accuratissimo ma non lezioso. La lettura porta ad una profonda riflessione introspettiva ma non annoia grazie ai dialoghi affilati e al ritmo incalzante. Si trovano assonanze con l’opera di artisti eterogenei quali Joyce e Herzog ma anche qualche spruzzo modernizzato di Shakespeare e tratti di Spike Lee. Accostamenti azzardati, certo, ma c’è una buona dose di t rispondenza in questa disamina. “Tre io” sembra dire: “Se proprio dobbiamo arrenderci all’idea che il lettore vuole testi proiettivi, allora che ognuno faccia i conti con se stesso”.