Fenomenologia di un bene minore – di Toni Alfano

Un nucleo Alzheimer è un posto dove ci stanno le persone che non ricordano niente.

Mercoledì mattina, verso le dieci e mezzo, come tutti i mercoledì mattina da circa tre anni, io vado al nucleo, armato di chitarra e buona speranza. Compongo il codice della porta automatica, perchè, tanto per capirci, il nucleo Alzheimer è un nucleo “protetto”, nel senso che le persone che ci vivono dentro non possono uscire.

Appena entro  mi viene incontro Aldo, che con aria curiosa mi chiede: “Chi sei tu? Chi sono io?”. Ci fissiamo negli occhi per un secondo. Se ne va via senza attendere la mia risposta.

Saluto tutti, uno alla volta, con la solita stretta di mano, chiamandoli per nome e chinandomi ad altezza carrozzina quando è il caso. Ovviamente nessuno sa chi sono ma tutti mi riconoscono.

Con una tecnica inspiegabile che ho affinato negli anni convinco i più autonomi a formare un bel gruppetto in cerchio. Siamo una decina.

Il mercoledì si fa sul serio. Songwriting, ovvero scriviamo canzoni.

Prima cantiamo qualche vecchio successo di Beniamino Gigli o Sergio Bruni. Così, tanto per scaldarci la voce, poi si passa alla composizione. Io dico: “Ora scriviamo una bella canzone, decidiamo subito se sarà una canzone triste o allegra”. Nove su dieci è allegra.

Poi chiedo se a qualcuno viene in mente una parola con la quale iniziare la canzone e dal mormorio di fondo, timidamente ma puntuale come al solito, qualcosa arriva. E si prosegue così, una parola alla volta, sparpagliandole e mischiandole coma fa il vento con le foglie.

Questa settimana ne abbiamo scritta una che fa più o meno così: “Oh cavallina storna dov’è colei che non ritorna, oh bella ciao, ciao bella, vieni con me in camporella. Sai, dopotutto è un gioco, quello che ho dovuto fare. Ho promesso di non bere ma di fumare un po’. Sai che la suggestione è qualcosa di chimico. Perchè tu vedi più degli altri, sei cresciuta qua dentro. Ho promesso di non bere ma di fumare un po'”.

Sono contento perchè finisce sempre che ci scappa da ridere a tutti.

Prima di andare via, Salvatore, che sostiene di essere rinchiuso per un errore burocratico, mi vuole offrire il caffè al bar che si trova nella hall. Ripongo la chitarra nella custodia, avviso le infermiere e mi incammino a braccetto con lui. Durante il tragitto non parliamo. Sento che a Salvatore non interessa riempire il vuoto con una conversazione. Ordiniamo due caffè al bancone e appena la ragazza ce li serve, Salvatore svuota mezza bustina di zucchero nella tazzina rovente, beve tutto d’un fiato e poi dice: “Il caffè va bevuto bestemmiando”.

Lo riaccompagno al nucleo, compongo il codice sul display, la porta si apre e Salvatore mi saluta con una bella stretta di mano e un sorriso. Mi sembra soddisfatto. No… mi sembra sereno.

A volte mi tocca aspettare una settimana intera prima di poter rivedere quel tipo di serenità negli occhi di un essere umano.

E poi l’altra sera torno a casa stanco e mi viene voglia di riascoltare “Blood on the Tracks” di Bob Dylan. Il mio brano preferito è “Shelter from the storm”, la 9 del lato B.

“Improvvisamente mi voltai e lei era lì, con braccialetti d’argento ai polsi e fiori nei capelli.

Venne verso di me con grande grazia e mi tolse la corona di spine.

“Entra” – disse lei – “Ti darò riparo dalla tempesta”.

Ci ho pensato tutta la notte.

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