Se la poesia è una rivoluzionedi Filippo Trotta

Da qualche giorno, un originalissimo e sincero poeta abruzzese, Roberto di Egidio (nella foto), è in Campania per promuovere la sua ultima raccolta “La mia Waterloo ventricolare” per la Neo Edizioni di Francesco Coscioni.

Il lavoro di Roberto è interessante, molto preciso riguardo alle definizioni e ricco di suggestioni.

Nella tua poesia ”DisneyWorld” racconti di due personaggi dell’immaginario Disneyano, Minnie e Topolino, arrestati per terrorismo. È una citazione di Andrea Pazienza?

«Conosco bene il lavoro di Andrea Pazienza (che oltretutto nella mia città, Pescara, ha frequentato il liceo artistico) però no, non è una sua citazione. Almeno non lo è ad un livello consapevole. La verità è che mi piace giocare. Si tratta di un gioco serio, un gioco di denuncia, di disvelamento di una verità che informa attraverso il comportamento, le azioni di personaggi che non avremmo mai pensato di poter osservare in certe situazioni e proprio per questo ne diventano i testimoni più forti. Nel libro, un altro esempio di questo uso di personaggi che appartengono ad un immaginario ampiamente condiviso è la poesia “Ci sono Batman che volano nel cielo”».

Perché hai scelto la poesia?

«In verità non sono io che ho scelto la poesia, è la poesia che ha scelto me. È successo e basta. Io in verità stavo scrivendo testi per delle musiche che erano già pronte. Col tempo questi testi hanno però iniziato ad allontanarsi dalla musica, a rendersi indipendenti. Le parole hanno acquisito forza, sono diventate capaci di interagire con precisione ed esattezza fra di loro. Mi hanno in qualche modo iniziato a parlare e la poesia ha cominciato a vivere con me, mi ha eletto a suo testimone. Come dico sempre nelle presentazioni del mio libro – citando Borges – la differenza fra me ed i lettori è solo quella di aver ascoltato le poesie che stanno per leggere un attimo prima di loro ed averle fissate su carta. Ma la cosa importante è ricordarsi sempre che la poesia esiste indipendentemente da noi e che noi possiamo semplicemente renderci pronti a riceverla».

Una tua bella definizione di poesia come ”stupore rispetto alla semplicità delle cose”. Potresti approfondire quest’affermazione?

«Si tratta di un atteggiamento senza il quale la poesia non accade. Bisogna in un certo senso porsi in ricezione, orientarsi verso il segnale ed attendere che la comunicazione abbia inizio. Questo è il senso dello stupore di cui parlo. Quando questo accade il velo si strappa e vediamo la natura profonda dell’universo esprimersi in noi e in tutto ciò che è intorno a noi. Comprendiamo anche che ogni cosa è degna di partecipare a questa comunione – che poi la poesia celebra attraverso le nostre parole – perché ogni cosa è espressione dell’unico Verbo».

Sei molto lontano dall’idea di un poeta che sospira alla luna, tu sei sicuramente uno scrittore che si sporca le mani e che scrive con diretta semplicità popolare. Oggi ritrovi nella poesia e nella scrittura in genere la stessa semplicità?

«L’unica poesia che ritengo degna di essere chiamata tale è quella che parla al nostro io profondo. A quell’uomo che ci mantiene in contatto con la dimensione del tempo eterno. È una

poesia che non lavora sui contenuti bensì sulle modalità, perché non è importante quello che si racconta ma come lo si racconta: un rubinetto che sgocciola, se descritto nella maniera giusta, può essere capace di suscitare meraviglia molto meglio di tanto inchiostro versato per raccontare sospiri alla luna. Il problema è che, se quando scriviamo, siamo dimentichi di questo uomo eterno o non conosciamo un linguaggio adatto a dialogarci, questo risulterà dalla nostra scrittura che sarà orizzontale e informativa ma incapace di toccare le corde del cuore. Se guardiamo alla storia della poesia possiamo constatare che non ha mai avuto vita facile. Tanto meno può averla attualmente. Come già osservò Jung a metà del secolo scorso, viviamo un’epoca dell’uomo nella quale la perdita di questa comunicazione intima è necessaria al mantenimento di un determinato ordine sociale».

Nel tuo lavoro sembra esserci sempre un filtro tra quello che realmente scrivi, in prima persona, e quello che sembra radiotrasmesso o teleraccontato. Insomma un’incursione del linguaggio dei media nel tuo e viceversa. È una visione schizofrenica della scrittura e della comunicazione?

«Credo nell’esistenza di un universo di possibilità i cui confini sono determinati solo dalla nostra capacità di estenderli. In questo senso la nostra cosiddetta realtà è solo un piccolo pianeta di questo affollato universo. In un altro pianeta magari usano degli imbuti di plastica per parlare con l’aldilà. Oggi è estremamente difficile fare poesia di protesta – come anche canzone di protesta -perché è il sistema stesso che, nella società dello spettacolo, crea il suo opposto e, creandolo, lo rende inoffensivo. La protesta diventa intrattenimento. Personalmente credo che l’unica rivoluzione possibile sia quella interiore. Una rivoluzione che ha come obiettivo proprio il recupero di quel dialogo interiore di cui si parlava prima. La poesia, le arti in generale, sono formidabili strumenti per ottenere questo recupero perché ci abituano all’ascolto e alla condivisione. Ci abituano ad accertarci e ad accettare l’altro».

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