XXI SECOLO recensito su Il Quotidiano di Bari da Gaetano D’Elia

Crisi affettiva ed economica in un ammaliante romanzo – di Gaetano D’Elia

Le abruzzesi Neo Edizioni pubblicano l’ultimo romanzo di Paolo Zardi, “XXI secolo”. Dell’autore possiamo subito dire che, come Stendhal, conosce una sola regola di scrittura: essere chiaro. Per chiarezza, s’intende, pure, diretta immediatezza.

Si legga preliminarmente a pagina 105: “Mariagloria: alta, braccia lunghe, scimmiesche, il viso ossuto, tette come chiappe anteriori, i jeans a vita bassa che lasciavano scoperte le mutande – echi dei primi anni duemila – e un culo abnorme. (Era un problema nazionale, quello dei culi enormi. Nemmeno la crisi era riuscita a smussare quei trofei del passato benessere – non ancora)”.
Siamo all’incirca nel 2040 in una città italiana poco distante dal confine austriaco. La crisi economica si è approfondita nei due ambiti in cui si è manifestata: economico e morale. Il protagonista, un piazzista con due figli, nonostante tutto si sente realizzato. Finché, in seguito a un ictus della moglie, non scopre che questa lo tradiva con un certo Umberto. Il libro, in parallelo, si muove entro questi due piani: il pubblico e il privato che s’innervano a vicenda. La spietatezza della situazione generale (il degrado e la povertà) si riflette nell’atrocità del caso privato. Ma come si difende il protagonista? Facendo ricorso a uno stile cristallino (e sobrio) che fruga, in modo spietatamente diretto e spregiudicato (il sarcasmo), questa doppia realtà negativa (fino alla decisione di riportarsi a casa la donna ancora in coma che, comunque, lui ha perdonato).

Zardi è tagliente nei suoi giudizi sul XXI secolo, anche negli aspetti minimi come l’indecorosa moda dei pantaloni a vita bassa. Tali osservazioni sul vissuto minimo si slargano in altre riflessioni più sostanziose, come la bulimia femminile che trova riscontro in glutei smisurati. Ma l’autore e la sua voce narrante sono spietati anche col maschio. Dopo una lucidissima disamina della sessualità maschile (il sistema idraulico), indotta dall’astinenza procurata dal ricovero della moglie, leggiamo delle definizioni caustiche e icastiche sulla masturbazione e l’eccitamento: “Nel presente, allora, gli rimaneva soltanto la certezza umiliante della pornografia”. Davanti al computer immagina di compiere un ‘cunnilingtus’ – “Era quella la sua trasgressione più grande: immaginare la temperatura di quella fornace umida spiaccicata sul viso”.

Ma dal piccolo la scrittura di Zardi si sposta sul grande: “il desiderio se ne sbatte della famiglia, dei suoi dettami, e delle regole. Non guarda in faccia nessuno. Basta un attimo e l’amore, il fondamento delle famiglie, si trasforma in un fucile puntato sul loro stesso nucleo.”

Qui l’astinenza dà la stura a osservazioni più generali del tipo: rapporto tra ‘libido’ e fedeltà coniugale, oppure, prendendo spunto dall’ ‘ictus’, si fa ricorso, per alleggerimento stilistico, a ‘boutade’ come questa pronunciata dal medico: “Tutti i cervelli sani si assomigliano ma ogni cervello malato è malato a modo suo”.
Con scherno e sottile umorismo Zardi affronta la sua narrazione, amalgamando più piani, primo di tutto l’intreccio tra testo e contesto. La vita dei protagonisti (la consorte, i figli, gli amici, i colleghi, l’avvocato, l’amante) si radica nella situazione generale di crisi (ciò fa del romanzo un’opera fantascientifica ‘soft’, dove il mondo futuro è a pochi passi, un semplice scarto). “Fuori… c’era un palazzo … lungo un chilometro, un incentivo coatto al livellamento delle coscienze. Da un certo punto in poi, era successo qualcosa. Di cosa ci si era dimenticati? Credeva dovesse esserci un momento preciso in cui tutti avevano smesso di dare importanza a qualcosa di basilare”. La riflessione del narratore finisce, però, sempre, con considerazioni sull’amore (bellissime le pagine sulla scoperta del tradimento): “Più tardi sarebbe passato a prendere le valigie, e a congedarsi dal nero alla reception. A dirgli che alla fine aveva ceduto; che c’era una pena più grande della morte, e che quella pena si chiamava ‘amore’”.

Romanzo umanissimo, questo di Zardi, e ammaliante per sapienza costruttiva. Acutissimo nei giudizi e nelle riflessioni, si avvale di una prosa senza peli sulla lingua, una prosa che rivela tutto il coraggio dell’autore. “Mancava qualcosa … a quel corpo, o c’era qualcosa di troppo – una solitudine ferita, tracce di storie finite male, di sentimenti non ricambiati, un cuore freddo che nessuno mai aveva scaldato. Quel corpo chiedeva di essere abbracciato con forza. Tuttavia, la compassione non era un’opzione nel ventunesimo secolo”.

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