“Circo Itaglia” di Pep Marchegiani, recensito su La Città di Teramo.

Il “Circo Itaglia” disegnato da Pep Marchegiani. La matita del pescarese mette alla berlina la classe politica del Belpaese in una graffiante galleriadi Alfredo Fiorani

Nei giorni in cui la lezione di papa Ratzinger è sotto gli occhi di tutti, esce per i tipi delle Edizioni Neo un libro che coglie a pieno l’aspetto clownesco in cui è precipitata l’intera classe politica italiana, meglio “itagliana”. Apparentemente, tra i politici, il papa e il libro di Pep Marchegiani (2013, pagg. 132, € 15), non esisterebbe alcun nesso. In realtà, c’è e vedremo come. Nel libro intitolato “Circo itaglia”, nessun politico viene risparmiato dalla matita dissacratoria dell’autore. Ci sono tutti: da Napolitano a Bersani, da Berlusconi a Gasparri, da Monti a Fassino, da Buttiglione a Maroni, e via elencando. Centotrenta tavole in cui i politici sono mirabilmente ritratti con viso da pagliaccio in biacca, cerone e naso rosso ad emblema del “circo itaglia”.

Marchegiani è considerato tra i maggiori esponenti dell’arte Neo-Pop internazionale. A guardare l’immediatezza espressiva e la mano felice del “catalogo” parrebbe proprio di sì. Ma è l’idea d’insieme che fa del libro un’eccellente galleria: una sorta pinacoteca breriana in cui sono esposti i rappresentanti dello Stato. Ora, tornando a papa Ratzinger, il suo è stato un gesto da uomo illuminato, che ha saputo guardare oltre se stesso, ovvero sul mondo che è cambiato e che cambia vertiginosamente. Il mondo che reclama uguaglianza ed integrazione, applicazione dei diritti civili, politiche di genere, tutele ambientali, testamento biologico. Insomma, ovunque ci si volti, si è di fronte ad un fermento che investe numerosi campi della società. Ovunque, eccetto che in Italia, avvolta da un immobilismo sconcertante. Da noi vale ancora la regola dell’“hortus conclusus” da coltivare e, se possibile, estendere nel più assoluto cinismo ed egoismo. Pare che guardare oltre i confini del podere sia inammissibile.

Chissà mai cosa potrebbe esserci “oltre” a sconcertare, a mettere indubbio, a toccare la coscienza. Meglio non sapere. E per non sapere bisogna ignorare, chiudere gli occhi. Se necessario anche le orecchie. Siamo un popolo di filistei con in giro qualcuno col passaporto del samaritano. Niente di più. E’ un desolante panorama vedere per lo stivale transitare le solite facce, con in bocca le solite promesse, impegnati nei soliti giri di valzer, indaffarati nei soliti cambi di casacca.

Ora, di cosa dobbiamo sentirci onorati: di avere una classe politica inetta, di una riforma elettorale mai fatta poiché ciascuna delle parti deve garantirsi il proprio elettorato, della riduzione dei parlamentari rinviata sine die, di non avere messo in piedi una legge che vieti ai parlamentari di cambiare di banco ad ogni puntina da disegno piantatagli nel sedere da qualche politico discolo, di non aver saputo elaborare una norma che abolisse il conflitto d’interesse, d’aver lasciato allungare le mani nel portafogli dello Stato, ovvero dei cittadini, d’aver permesso alle bande di corrotti e corruttori di mercanteggiare sugli appalti? Che dire, l’elenco potrebbe essere più nutrito se non rischiassimo di affliggere e di affliggerci ulteriormente. Tuttalpiù, abbiamo assistito a sarti capaci di cucire toppe qua e là e non di confezionare vestiti nuovi. In questo Paese gattopardesco, in cui tutto cambia (a chiacchiere) per non cambiare nulla, il gesto del pontefice è un volo inatteso di rondine in pieno inverno. Forse qualcosa è ancora possibile. Fallibilità, limiti, resa, amovibilità, impotenza sono vocaboli che speriamo entrino nelle nuove condotte di mentali degli italiani. Pensare che scendendo ci si possa innalzare rappresenterebbe una rivoluzione, forse, l’unica in Italia in secula seculorum. Lui, il pontefice, può “nascondersi al mondo”. Loro, statue viventi, non riescono a scendere dalla ribalta, a smettere di replicare la consueta pantomima da “baruffe chiozzotte”. «Riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato», ha sostenuto il papa. Ascolteremo mai dalle bocche di chi siede in parlamento, da uomini delle istituzioni pronunciare una simile ammissione?

A giudicare dal ritratto che ha fatto Marchegiani della nostra classe dirigente presumiamo di no. Come altrettanto a voler dar credito alle parole che dispensano urbi et orbi. Qualche esempio didascalico, riportato nel libro? Bene: «In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe, in Italia prima delle elezioni», Tremonti; «La chiesa è una risorsa straordinaria di questo Paese», D’Alema; «Ho comprato una smart con i fondi, io non la uso, perché non riesco ad entrarci», Fiorito; «In trent’anni mi onoro di aver aderito ai radicali, ai verdi, alla margherita» Rutelli; «Gli alberi di Roma non sono abituati alla neve», Alemanno; «A volte il senato, la camera votano leggi che noi stessi che le votiamo non è che le capiamo bene», Gasparri; «La crisi è ormai alle spalle», Berlusconi; «E’ un premier che vive in erezione sulla scena politica», Vendola; «Essere gay è oggettivamente sbagliato», Buttiglione.

Uno dei più grandi clown del mondo, David Larible, ebbe a dire: «Il clown è l’unica persona nel circo per il quale non ci sono limiti». Se è così, il libro di Marchegiani è davvero terrificante.

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