“Le 13 cose ” recensito su Il Centro.

“Le 13 cose”, indagine sul dolore. Esordio letterario in Abruzzo per Alessandro Turati con la Neo Edizioni di Barbara Di Gregorio

La lettura de “Le 13 cose”, esordio di Alessandro Turati che verrà presentato, nell’ambito del Festival Libri trabocchi e rose, domani, sabato 9 giugno alle ore 18.30 presso la biblioteca comunale di Ortona, e domenica alla Feltrinelli di Pescara, è un’interessante spunto di riflessione su come il contrasto tra i temi e lo stile possa “dire” in un libro molto più della semplice trama. II protagonista del romanzo, Alessio Valentino, anoressico, alcolista, affetto da una patologia nervosa che gli apre ferite in ogni parte del corpo, sopravvive da otto anni alla fidanzata morta di cancro in uno stato di degrado che lo porta sempre più fuori dal mondo.

A seguito di vicissitudini che potrebbero essere reali, oppure solo frutto della sua mente alterata, si decide a tentare il suicidio per poi tornare tra i vivi con le pive nel sacco. La sostanza del libro è nel dolore della perdita, nel male di vivere, che forse ne consegue, ma che altrettanto probabilmente era di per sé alla base dell’affezione morbosa nei confronti di quanto perduto. Niente di nuovo? Infatti, niente. Traumi da cari estinti e relative, compiaciute, autoflagellazioni, hanno fatto e fanno la fortuna della maggior parte dei casi letterari prodottisi negli ultimi anni. Tra fidanzata morta di cancro, disagio, un posto di lavoro, precario, perduto grazie al collega immigrato che fa gli straordinari e tiene chiusa la bocca, il libro di Turati avrebbe potuto candidarsi a una banalità sconcertante e magari anche alla pubblicazione presso una grande casa editrice.

A fare la differenza tra il libro che “Le 13 cose” avrebbe potuto essere, e quello che effettivamente è, c’è però una scrittura tutta all’insegna della sgradevolezza volta a rendere al massimo grado possibile la confusione mentale di Alessio. Le immagini repellenti, le divagazioni insensate, i gesti completamente privi di logica che irrompono a tratti nella quotidianità del protagonista, e, più in generale, lo sguardo allucinato e marcio con cui osserva il mondo che lo circonda, sono evidentemente i frutti di una ben precisa poetica che ha avuto la fortuna d’incontrare una delle più coraggiose case editrici italiane: vale a dire l’abruzzese Neo, che conferma con la pubblicazione de “Le 13 cose” la propria inesauribile vocazione alla ricerca. Ne parliamo con l’autore Alessandro Turati.

Stando alla quarta di copertina de ”Le 13 cose”, la tua passione per la scrittura nasce all’inizio degli anni Novanta, quando reinventavi per gioco le puntate di Beautiful. Ci racconti oualcosa di più della tua formazione di autore?

«Sono tuttora in pieno esercizio, sto cercando di migliorare, di imparare. Quel gioco di Beautiful risale alla prima media o quinta elementare. Era un bel gioco, divertente, non diverso da quello che fanno tutti i bambini quando immaginano storie con soldatini o pupazzetti vari. Per il resto niente di speciale. La mia è una formazione di strada, da autodidatta. Ho fatto studi imbarazzanti, ho una laurea che fa ridere, so meno cose di mio padre che ha fatto scuole tecniche, per dire. In sostanza leggo, ascolto consigli, faccio tentativi, pessime figure. Però, col passare del tempo, son sicuro di aver fatto passi avanti: ho una decina di romanzi nel cassetto e, ogni volta che li prendo in mano, mi rendo conto di non essere peggiorato. E’ un buon segno, no?»

Il tuo romanzo è sganciato dall’attualità, vive e si nutre principalmente della confusione mentale del protagonista. Perché hai scelto di esiliare la nostra società, al suo peggio, nell’improbabile paradiso che accoglie Alessio dopo il suicidio?

«Non ho voluto esiliare la società. Si può leggere anche così, perché no, ma il Paradiso del libro è una presa di coscienza contro il suicidio. Il protagonista riesce, in fin dei conti, a essere distaccato, disilluso e sconfitto solo al 99%, infatti cambia idea».

Hai scritto un libro fitto di invenzioni linguistiche e digressioni insensate, una non-storia in equilibrio perennemente precario tra allucinazione e realtà. Si tratta del tuo modo naturale di scrivere, oppure di uno stile appositamente sviluppato per raccontare la confusione del tuo protagonista?

«Lo stile è frutto di dieci anni di tentativi e letture. Ho cercato di crearne uno personale prendendo il meglio dagli autori che preferisco. Piano piano, passando da emulazioni poco riuscite, sono arrivato a qualcosa di decente e veramente mio: la mia voce. C’è voluto un po’ di tempo, alcuni ci arrivano prima. Pazienza. Quindi, per concludere, credo sia ormai il mio modo naturale di scrivere».

Com’è avvenuto l’incontro con la Neo?

«Ho inviato per posta “Le 13 cose” a una decina di piccole case editrici su fogli A4. Dopo un po’ di mesi (ora non ricordo, tipo 6 o 7, forse di più) mi ha risposto Angelo Biasella via email. Mi ha chiesto: “Hai già pubblicato il libro?”. Ho risposto: No. Quindi ha detto: “Allora lo leggo”. Poi l’ha letto e gli è piaciuto».

Progetti per il futuro?

«In generale: il trasloco. Nella scrittura: scrivere un libro migliore de “Le 13 cose”».

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