Rime in un lieve stil novo – di Maria Vittoria Vittori
Impresa non facile, nel nostro orticello letterario, essere portatrici sane di ironia. Ma Alessandra Racca, trentenne torinese con frequentazioni di teatro – ben avvertibile nelle poesie e ancor di più nei readings – è tipo che non si tira indietro e lo dimostra fin dalla denominazione scelta per il suo blog ovvero “Signora dei calzini”, che è poi il titolo del suo libro d’esordio Nostra signora dei calzini (con l’aggiunta di quel “nostra” che fa tanto Carmelo Bene) uscito nel 2008 per la casa editrice Seed. Una cinquantina di poesie capaci di mettere a fuco nel segno dell’ironia, umori, tic e manie, contraddizioni e paradossi legati agli oggetti, all’erotismo, all’amore, ai meccanismi convenzionali del linguaggio e allo stesso armamentario del poeta.
E se in quelle poesie sembrava che Alessandra mirasse alla sapiente scucitura del “vestito del re” con cui ci si inganna, ora, con questa nuova raccolta Poesie Antirughe, appena pubblicata da neo, sembra offrire l’ipotesi di una possibile imbastitura di nuove trame relazionali ed espressive.
Il fulcro luminoso intorno al quale ruotano molti di questi componimenti è il sorriso: offerto come efficace cura antirughe a costo zero, il sorriso apre un varco nei nostri lineamenti, rendendo permeabili i confini tra corpo e psiche e vale a fondare una genealogia di donne non più unite dal compianto e dal dolori: madri “che sorridono nel sonno”, come è detto nella dedica “per Elena”, nonne asmatiche che saltano e fanno “la rana”, perfino Madonne capaci di gioire di ogni felicità (“Preghiera laica”).
Anche gli archetipi più incatenati della femminilità (la suocera eterna rivale, l’orologio biologico legato alla maternità), possono essere infiltrati e disciolti dal lievito del sorriso, come efficacemente dimostrano lo scoppiettante gioco fonetico che presiede a “La suocera di M.” e quella tragicommedia a tempo di rap che è “Partitura per delirio di maternità”.
Se d’amore si parla, è un amore che non mette giudizio bensì gli affilati canini dei licantropi. Nelle pieghe di relazioni apparentemente sane ma devitalizzate alla radice, va a infilarsi un linguaggio sagace e affilato, capace di volgere a proprio vantaggio persino i segni di punteggiatura (“punti fermi”) e di dipingere i disarmati partner usando i loro stessi ferri del mestiere (“Esercizi di cattiveria amorosa”).
Ma, pur nel rivolto riflessivo o nell’affondo, si continua a percepire la nota distintiva della levità, e di quali eterogenei elementi sia costituita ce lo rivela “Certe volte anche i pesci sprofondano”. Intrecciando vita vissuta e rielaborazione interiore, sgomento e fiducia, inabissamento e rinascita, questa poesia viene a configurarsi – nella sua inconfondibile tonalità che sembra elusiva ma è di grande precisione – come il manifesto del lieve Stil Nuovo di Alessandra Racca.