Fotogrammi di vite – di Nadia Tarantini 
Trema la terra. E un attimo dell’esistenza, un frammento di vita si ferma – come in un fotogramma bloccato alla moviola. La terra ha tremato nelle loro vite e diciotto scrittrici e scrittori si affacciano, a distanza di mesi o di anni, su quella crepa che si è aperta all’improvviso. Sono stati chiamati a rendere conto di quell’attimo da Isabella Tramontano, giovane economista prestata all’editoria e al webmagazine, collaboratrice dell’editore abruzzese Neo. Trema la terra non è un libro di racconti sul terremoto, e neppure sul dopo-terremoto. La macchina da presa, l’occhio della scrittura non si concentrano sull’evento tragico, sulla fuga dalle case o sulle conseguenze del sisma. Ma sulle vite di chi scrive – così come si svolgevano in quel momento – dense di domande, di incertezze e a volte di un’intrinseca tragicità. Talaltra tessute di sopportazione e di ironia. Come scrive la stessa Tramontano nella postfazione, è un libro con il terremoto.
Dalla Campania, al Friuli, all’Aquila e nella Marsica. Il terremoto come lente di ingrandimento, nella percezione della undicenne, protagonista di “Come hai passato il fine settimana?” di Alessandra Amitrano: quel vestito regalatole dal padre assente, che emerge tra le stampelle in movimento, rivela con un solo scatto il suo dolente amore per lui: «Ondeggiava a destra e a sinistra facendosi spazio fra gli altri vestiti, come se fosse l’unico ad occupare l’interno dell’armadio. Era tutto un tumulto, ma il vestito di papà si muoveva come la coda di una sirena, o come l’abito di una principessa mentre balla con il suo principe». Il terremoto fissa una metamorfosi sorprendente nel racconto di Ovo “Senza più regola”; oppure fissa quadri di una città rivelata nella sua essenza (la Napoli di Maurizio De Giovanni, in “Scusi, un ricordo del terremoto dell’ottanta?”). Permette inquietanti, a volte acidi o surreali esiti del racconto, che comincia quasi sempre in maniera piana, domestica, quotidiana. E, più che impennarsi nell’acme dell’evento che tutto cambia, si distende su di esso, lo ingloba nella vita, nelle vite. Il terremoto diventa una specie di epìtome, di riassunto letterario, di tutte le possibili fermate dell’esistenza: quei momenti che restano impressi perché si sono colorati da soli, hanno preso rilievo e, mentre li vivevi, hai pensato: «ecco, questa cosa non la potrò più dimenticare».
Scrive Valeria Parrella nella prefazione: «Il terremoto è quando non puoi dare per sicuro nulla, quando non puoi più determinare niente, quando la madre ti abbandona e per rifondare la città, l’esistenza, il senso, vi è necessità di nuova materia: qui, della buona scrittura».