“Antropometria” di Paolo Zardi, quei sedici modi per misurare i limiti dell’uomo – di Gianfranco Franchi

Una raccolta di racconti è sempre pericolosa. Non soltanto la vulgata editoriale vuole che abbia poco pubblico rispetto al resto del mondo narrativo, ma capita spesso che in quel poco pubblico s’aggirino creature cresciute leggendo i racconti di Borges, quelli di Landolfi, quelli di Calvino, di Pirandello, di Verga, oppure nutrite dai grandi narratori americani del Novecento, da Fitzgerald in avanti. Questi lettori sono creature cresciute bene, belle viziate, pretenziosette.

Stavolta possono stare tranquille: l’esordio di Paolo Zardi, Antropometria (Neo Edizioni, pp. 175, € 15,00), è davvero intelligente e seduttivo, capace di scandagliare dinamiche e contrasti psichici in frangenti liminari. È come un film di Alejandro González Iñárritu scritto da Guillermo Arriaga: diciamo come un Amores Perros o un 21 grammi. E s’intravede la stessa velleità, quella di intrecciare i diversi episodi, le diverse storie. Quando quel gioco riuscirà Zardi avrà scritto un gran romanzo. Per adesso, racconta. Bene. Non è poco. Nel suo sito, l’artista, ingegnere veneto classe 1970, scoperto da Giulia Belloni nel 2008, ha raccontato come è stato scelto il titolo di questa raccolta: «Il titolo non l’ho scelto io: ma è quello che avrei scelto io se mi fosse venuto in mente. D’altra parte, era sufficiente sfogliare il libro, per trovarla: la parola “antropometria” compare già nella seconda facciata del primo racconto – anche se il personaggio che la pensa non sa il motivo per il quale gli è venuta in mente (io, che quel racconto l’ho scritto, invece lo so)».

L’antropometria è la scienza che misura il corpo umano: questi sedici racconti, quindi, vogliono essere un’allegorica “misurazione dell’umanità”, delle sue attitudini, delle sue componenti. Un personaggio di uno di questi racconti, che parrebbe coincidere con l’autore, a un tratto ci dice che la misurazione dell’umanità nel momento in cui si trova al limite – della violenza, della sofferenza, dell’esistenza, del piacere – non è una crudeltà, perché ogni storia ha senso se chi la vive scopre qualcosa (di sé, della vita) di imprevedibile, di sconosciuto. Si direbbe un manifesto autoriale. Interessante. L’incipit è d’un’intensità squassante. Si chiama “Sei minuti”, è la narrazione del precipizio di disperazione e di sorpresa d’una donna che sta per essere violentata, e infine viene violentata. Zardi racconta il dolore e l’angoscia di lei servendosi d’un realistico flusso di coscienza. Quindi, ecco “Non del tutto, non per sempre”: è un’altra sassata. Più spiazzante ancora della precedente. Una coppia felice torna a casa dopo una serata normale, con gli amici. La moglie del narratore si stende sul letto, e tutto a un tratto smette di parlare. Muta, punto. Lui pensa sia uno scherzo. Non è così. Ha avuto un malore. È diventata un vegetale. Zardi orchestra un doppio colpo di scena, come scoprirete, suggerendo meditazioni sul rapporto tra anima e corpo e sul significato dell’amore, e della bellezza. Davvero estremamente ben fatto, molto intelligente, e con una limpida reminiscenza cinematografica: “La donna scimmia” di Marco Ferreri. Qualche nota sugli altri racconti. “Futuro anteriore” è una meditazione sulla morte, sul destino, sull’inevitabile fluire della vita (degli altri) quando uno se ne va, e sul peso che assume ogni piccola cosa, ogni piccolo gesto, non appena rapportato al pensiero che un uomo è caduto, se n’è andato. Il pezzo si direbbe speculare al breve “Ai tempi del nulla”, in cui siamo sempre dalle parti delle memorie d’una testa tagliata, diciamo così. Mentre “È di nuovo famiglia” è un’irresistibile variazione erotico-grottesca sul tema dell’inseminazione artificiale. Diciamo che è un invito a tornare all’inseminazione naturale. Vissuta magari come “La lotta”, altro dignitoso esercizio di stile, con embrionale approfondimento psicologico sicuramente riuscito. Psicodramma del tradimento nel manierista e meno ispirato “Non accade per amore”. Ondivago e artificioso “Il Sesto Stato”. L’ambientazione dei pezzi, tendenzialmente patavina, garantisce al testo una buona fedeltà spirituale (mai lessicale) alla piccola e media borghesia della buona provincia veneta: assieme, Padova restituisce ai racconti quella strana sensazione di freddo, di distacco, che si respira per le sue strade, e qualche volta tra la sua gente. È una musa scontrosa, Padova, con un debole per le piazze di De Chirico. Zardi sa interpretarla, e sa servirsene con buona personalità. A latere, vale la pena segnalare che tra gli artisti di riferimento Zardi ha nominato nel libro Philip Roth, David Foster Wallace, Vladimir Nabokov, Flannery O’Connor, Nathanael West.

Peccato registrare l’assenza di scrittori italiani. Vezzosa dimenticanza o snobismo, vedremo – ce ne accorgeremo presto. Zardi ha un gran futuro davanti: racconta l’intensità del male e del bene senza mai essere patetico.

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