Si era in piena Guerra del Golfo quando il mondo fu sconvolto dalle foto di una soldatessa americana messa in posa su una montagna di prigionieri iracheni nudi ed inermi.
La faccia rotonda e irridente del marine, al secolo Lynndie England, rimbalzò su tutti i motori di ricerca e a niente valsero gli sforzi dell’intelligence statunitense per oscurare il fattaccio e, con lui, l’onta di tutte le sevizie, evidentemente abituali nel carcere di Abu Ghraib a Bagdad.
Judith Thompson, scrittrice canadese per la prima volta tradotta in Italia, immagina tre monologhi – di personaggi realmente esistiti – che hanno tutti come sfondo il conflitto in Iraq. A quello di Lynndie England (che non è un mea culpa quanto più una sincera confessione) accosta il monologo di David Kelly, biologo inglese chiamato a dimostrare l’esistenza di armi batteriologiche in Iraq e trovato morto suicida (o “suicidato”) dopo aver avanzato accuse sull’infondatezza del dossier presentato dal Governo Blair. In ultimo, l’autrice, dà voce a Nehrjas AI Saffarh, attivista irachena e moglie di un quadro del partita comunista oppositore del regime di Saddam Hussein. La donna, imprigionata e torturata nel “Palazzo della fine” (da qui il titolo del libro Palace of the end), assiste inerme alla morte di un figlio che i carcerieri massacrano per indurla a rivelare il nascondiglio del marito.
La forza di Palace of the end, nonostante sia un testo pensato per il teatro, sta nella sua indiscutibile valenza narrativa. Ogni monologo si legge come fosse un romanzo breve e l’impostazione drammaturgica diventa addirittura funzionale alla storia.
Ciò che ci dice Judith Thompson, con il suo stile duro, deciso, esiziale, è che in guerra nessuno è innocente, che ogni contrapposizione religiosa o ideologica non è più giustificabile e che le origini del male, sempre più spesso, sono lontane dai luoghi in cui ci dicono di andarle a cercare.