Tutto è destinato a cambiare – di Seia Montanelli

In Massime e riflessioni Goethe scrisse che “la storia è un modo di sbarazzarsi del passato”, e aveva maledettamente ragione: la storia si scrive per lo più attraverso le guerre e la lotta per il predominio di una civiltà sull’altra, con la distruzione di ciò che esiste per poi ricostruirlo e tornare a distruggerlo ancora.
In questo eterno caos tutto è destinato a cambiare, quando non soccombe: dai nomi delle città (Pietrogrado, poi Leningrado e infine San Pietroburgo); a quello delle nazioni, che addirittura a volte si dividono o svaniscono (dov’è la Prussia ora?); ai simboli di una cultura, come quel Qasr al-Nehayat, “il Palazzo dei fiori” di Baghdad, che negli anni ’70 viene rinominato il “Palazzo della fine”, perché nelle sue sale Saddam Hussein si divertiva con spietata crudeltà a raffinare le più spregevoli tecniche di tortura sui suoi oppositori.
E proprio dal terribile “Palazzo della fine” comincia l’indagine sull’orrore della guerra, e quindi in senso lato della Storia, di Judith Thompson, la più famosa drammaturga canadese, sceneggiatrice di diverse pellicole di successo ad Hollywood, e autrice pressoché sconosciuta nel nostro paese, finché la coraggiosa casa editrice abruzzese Neo Edizioni non ha deciso di pubblicare il suo Palace of the end: un testo nato come pièce teatrale, articolato in tre atti basati su altrettanti monologhi, che mette in scena in un confronto senza vincitori, ma solo vittime, le nefandezze del conflitto iracheno e la ferocia della dittatura di Saddam Hussein, lasciando che i tre protagonisti, quasi tre figure da tragedia greca, tutti realmente esistiti e coinvolti nelle vicende irachene, raccontino la Storia dal loro punto di vista.


Il primo personaggio a parlare (nell’atto intitolato “Le mie piramidi”), è Lynndie England, la giovane soldatessa americana fotografata mentre seviziava alcuni dei prigionieri del campo di tortura di Abu Ghraib. Thompson immagina che entri in scena “come attraverso uno specchio” e che poi si sieda e si rivolga direttamente al pubblico, mettendolo a parte di una vicenda che fa subito pensare alla banalità del male descritta da Hannah Arend: una ragazza qualunque, forse più qualunque delle altre, insignificante, vittima di soprusi e angherie nello sperduto paesello americano da cui proviene, che attraverso la violenza e agli abusi sui prigionieri, acquisisce forza e potere, e soprattutto si guadagna quelle attenzioni che non ha mai avuto e ha sempre cercato.
E’ proprio attraverso quel suo rivolgersi direttamente al pubblico mentre ripercorre freddamente le sue traversie legali, mescolate ai ricordi d’infanzia e della sua vita fuori dall’esercito, e confessa lucidamente e senza pudore le sue colpe – in fondo gli iracheni se le meritavano quelle punizioni così umilianti, capiscono solo la violenza – Thompson vuole coinvolgere lo spettatore/lettore e obbligarlo a riflettersi in Lynndie per guardare dentro di se, e cercare il seme di quella violenza, la sua comune, banale, atrocità.
Nel secondo monologo, “Harrowdown hill”, a parlare è David Kelly, lo scienziato che ha rivelato la falsificazione dei rapporti che indicavano la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, per giustificare l’invasione del paese, e che poco prima di poter testimoniare è stato trovato morto, apparentemente suicida, sulla collina di Harrowdown. Quella di Kelly sotto un albero, è quindi una confessione in punto di morte: a spingerlo a tradire il suo segreto è la barbara uccisione da parte dei soldati inglesi di un libraio iracheno suo amico, e della sua intera famiglia. E’ la rabbia, il senso di colpa, la pressione della morte che si avvicina che gli rende la voce, spesso amorevole e piena di dolore, stentorea, mentre il racconto si fa febbrile, ansioso, e quando arranca poi all’improvviso riparte per la fretta di dire il più possibile, anche se alla fine non fornisce alcuna risposta: in fondo quale potrebbe essere la risposta più adatta a spiegare una guerra sanguinosa, scatenata con l’inganno e combattuta in nome di ideali traditi già molto prima che i fucili iniziassero a sparare?
L’ultima a entrare in scena – ne “Gli strumenti della Bramosia” – è un fantasma in realtà: quello di Nehrjas Al Saffarh, una donna conosciuta come “l’angelo che vola sopra Bagdad”, moglie di un esponente del partito comunista iracheno, unico oppositore del regime, torturata per non avere rivelato il rifugio del marito, e costretta a vedere morire il proprio figlio di otto anni in quel palazzo della fine da cui prende il titolo il libro di Thompson, e che infine muore sotto i bombardamenti americani mangiando uova con datteri.
Il suo monologo è il più toccante, scritto con una prosa poetica e suggestiva: ancora una volta l’autrice ricorre a un registro diverso per raccontare una storia diversa e una diversa condizione morale, anche se i tre personaggi condividono la stessa sorte: quella di essere una pedina nelle mani di chi tiene il potere. Ma soprattutto, di nuovo, Thompson filtra la Storia attraverso una finestra socchiusa sulle drammatiche vicende e i dolori atroci di una storia privata.
Le parole di Nehrjas pur non chiudendo alcun cerchio – perché la realtà del male è così complessa da non poter essere compresa o spiegata, ma solo suggerita – riferendo della crudeltà di un regime abbattuto in modo altrettanto crudele e ferale, tanto da essere lei stessa vittima di quelli che avrebbero dovuto liberarla dalla tirannia, sono quasi una sentenza, un giudizio senza appello contro la guerra, qualsiasi guerra, perché non ne esistono di giuste: e come potrebbero esserlo se mietono anche una sola vittima?
I tre personaggi reinventati da Thompson parlano e si muovono come in una trance onirica, sono lucidi nell’esposizione dei fatti, ma li guardano ormai dal di fuori, li raccontano come se fossero allucinazioni o ricordi vividi quanto lontani, dai quali, pur partecipandovi ancora emotivamente, riescono perlopiù a prendere le distanze: ed è questa la forza maggiore della scrittura della drammaturga, quella capacità di piegare le emozioni, anche quando sostenute da una prosa piena di umana passione (come quella usata per dar voce a Nehrjas), alla precisione cruda e intensa di un resoconto quasi documentaristico, una vera e propria indagine sull’origine dell’orrore.
Dall’attualità di una guerra che ancora non è finita veramente, l’autrice sembra trarre una lezione universale e valida al di là di ogni rappresentazione di tempo e spazio: il male è radicato in noi, è un seme minuscolo che può essere coltivato da chi governa i destini della Storia e ha il potere di usare la nostra stessa natura contro di noi. E ancora, sembra dire l’autrice, sebbene ci sentiamo al sicuro, ovunque ci troviamo, in un palazzo dei fiori, in realtà, da un momento all’altro possiamo arrivare anche noi nelle sale tetre e senza vie di fuga del palazzo della fine.

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