Quei libri per bambini 
senza buoni né cattivi – di Paolo Di Stefano

Pare che dai libri per bambini sia sparito il lieto fine. Fossero nate oggi, le fiabe più famose sarebbero ben diverse: Biancaneve verrebbe stuprata da Brontolo ben prima di essere raggiunta dal bacio del principe azzurro; Cappuccetto Rosso ucciderebbe sua nonna per portarle via la pensione; Cenerentola, nel tornare precipitosamente a casa dopo il ballo, inciamperebbe sulle scale del castello e passerebbe in carrozzella il resto dei suoi giorni; Hänsel e Gretel, abbandonati nel bosco dal loro papà, diventerebbero due clochard della Stazione Termini; il Brutto anatroccolo finirebbe suicida.

“E morirono tutti felici e contenti” si intitola, non a caso, una raccolta di racconti pubblicata dal (neo) editore Neo di Castel di Sangro. In uno di questi, la Piccola fiammiferaia è una prostituta grassa e in un altro Aladino è il genio dei disperati. Il mondo (fantastico) capovolto. Tutto è bene quel che finisce male. Tutto è male quel che finisce bene.

E ora ci si mette pure John Grisham. L’ha raccontato domenica sulla Stampa Mario Baudino: dopo essersi dedicato agli adulti, il re del legal thriller passa agli under tredici proponendo un ragazzino-detective che «sa di legge più di molti avvocati».

Insomma, trasferendo semplicemente alla preadolescenza un genere letterario già a lungo sperimentato con successo nella letteratura per adulti. «Non è detto che se ne sentisse il bisogno», postilla giustamente Baudino. E Simonetta Fiori sulla Repubblica di sabato ha passato in rassegna i nuovi racconti infantili, fatti di incubi, tristezze e depressione senza catarsi. Sarà che bisogna abituare i bambini, da subito, al mondo in cui vivranno. Come dire: niente illusioni, cari ragazzi, le cose purtroppo vanno così. Il fatto grave è che non esiste più, per i nostri figli e nipoti, neanche nella fantasia, un altro mondo in cui cercare scampo e da cui uscire rinfrancati. E se Grisham funzionerà, c’è da scommettere che presto vedremo Patricia Cornwell mettere in scena una patologa forense di undici anni, nipotina di Kay Scarpetta, alle prese con baby-psicopatici appassionati di torture e mutilazioni varie.

Un tempo, se per Emme Edizioni Rosellina Archinto chiedeva a Italo Calvino e a Natalia Ginzburg di scrivere un racconto per l’infanzia, sapeva che il vecchio Propp con le sue invariabili funzioni ne sarebbe uscito illeso: c’era una grammatica comune che imponeva le regole del gioco. Oggi, al diavolo Propp, le regole del gioco sono quelle del marketing letterario. Il giallo e il thriller tirano per gli adulti, tireranno anche per l’infanzia. Dunque, non ci sono buoni e cattivi, ma solo personaggi un po’ buoni e un po’ cattivi, o meglio né buoni né cattivi, nessun «c’era una volta» ma un eterno e incombente presente, niente interventi magici, orchi e fate, ma piccoli detective in cerca di piccoli casi (freddi?) da risolvere razionalmente. E per finire nessuna morale. L’unica morale possibile è che non c’è morale. Che i bambini nascano adulti e non se ne parli più, inutile crear loro illusioni. Eventualmente, avranno tutto il tempo per diventare bambini in età senile. Ma finire bambocci sarà davvero un lieto fine?

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