COMETA. Anteprima su “La Città di Teramo”.

Cometa. Quello strano stato di beatitudine ultraterrena. Il romanzo: “I tra comandamenti dell’ebrezza: primo non lavorare, secondo non aspettare, terzo non invecchiare” – di Simone Gambacorta

“Vanessa era tutta elegante, con la gonnellina a costine e la calzamaglia borgogna, io invece non mi ero nemmeno fatto la doccia. Dissi che mia mamma era paranoica per le allergie e per questo mi faceva fare la doccia solo una volta a settimana, la domenica prima di pranzo, e mi faceva lo shampoo con il miele, perché diceva che sennò mi si staccavano i capelli. Vanessa annuì ma vidi che restava comunque a disagio e mi venne il malumore.
Dopo un’eternità di fermate, scendemmo a metà di un viale desolato e allora mi sentii davvero sprofondare, perché al posto del prato dove volevo portare Vanessa a raccogliere i denti di leone, c’era un cantiere, nel mezzo una gru altissima e intorno, come tanti piccoli sudditi, autocarri, ruspe e betoniere. Invece di spegnersi nella delusione, il volto di Vanessa s’illuminò: è il centro commerciale!
Guardammo un po’. Mi ci porti quando apre vero? disse Vanessa. Non appena scorsi un’ombra di noia nel suo sguardo, indicai il cartello di cantiere, sopra di noi, alto quasi come un palazzo e raccontai come il progetto di mio padre aveva quasi vinto il concorso ma poi la solita storia di mafia e tangenti, sai com’è…
Che figata, interruppe Vanessa a bocca aperta, costruisce anche i palazzi. Ma quante cose fa tuo papà? È un personaggio incredibile, mi piacerebbe tanto conoscerlo.
Forse l’anno prossimo. Adesso è in tour mondiale con Elton John.
Spaziale…
Le passai il braccio intorno alla vita.
Se il prato non esisteva più, il rudere sull’altro lato del viale nessuno l’aveva toccato. Sempre embricato coi ponteggi, circondato da un piccolo frutteto che restava torvo pur se fiorito in rosa e limone, sotto il cielo di salnitro, era così negletto che non aveva neanche un nome, o almeno non lo conoscevo.
Quella è Villa Prunaio, sparai.
Fico.
Andiamo a vedere? e la trascinai di corsa attraverso il viale.
Aspetta, aspetta – ma l’avevo già sospinta in una fenditura tra due lamiere del recinto – vieni, vieni.
Ah! È ortica.
La presi in collo e la trasportai fino alla soglia, dove era posata una merda sanguinolenta.
Raffaele, ti prego.
Vieni.
Due passi su un tappeto di siringhe rotte.
No dai, ho paura.
Vieni.
La tirai ma fece resistenza. In quella, un ratto a cui mancavano parti del collo e del dorso, e una zampa, attraversò la stanza tracciando una scia di sangue. Lo inseguiva un gatto deforme, orbo, con una sfera tumorale sul posteriore grande più della testa, rivestita a sua volta di bubboni. Quando ci percepì si paralizzò, gnaulò un vagito sconvolto e schizzò via. Strinsi Vanessa a me e cercai di baciarla.
Dai, che schifo! gridò lei e fuggì.
Le urlai dietro: Sei una bigotta!

Mi lasciò. Fui così sconvolto dal disastro che decisi che per scansare la puttanite dovevo seguire attentamente il consiglio del nonno, rifuggire cioè dagli equivoci del tipo “vero amore di una principessa”, e puntare direttamente a scopare più fiche possibile. Ma c’era il problema che quelle di classe mia mi scansavano, Vanessa doveva aver fatto la spia…
Dovevo prenderla larga. Mi associai con i compagni di scuola più turbolenti. In un primo momento, Michel, Nicco e Lardo si accodarono, ma presto scomparvero e non mi preoccupai di andare a ripescarli, perché da tempo si erano rivelati inadeguati alle mie esigenze. Con questi nuovi iniziai a bere, la cosa più bella della mia vita diventò sbronzarmi fino a svenire, un po’ perché trovavo soddisfazione nell’autodistruzione fine a se stessa, ma un po’ più a fondo, perché quando mi sfasciavo e buttato sul marciapiede non sentivo più nemmeno da che parte stava il mio corpo, a volte mi capitava di sfondare in uno stato di beatitudine ultraterrena. Perso nei capogiri della vodka alla pesca o del sommergibile, assaggiavo dieci minuti di paradiso, poi svenivo. Due giorni dopo, superato il calvario dei postumi, ci pensavo. Poiché il mio encefalogramma spirituale era totalmente piatto, nemmeno mi saltava per la testa la spiegazione diretta, che ci fosse un altro luogo più bello di questo dove l’alcol mi portava. Riflettevo, invece, sull’assurdità di una fisiologia che mi regalava i momenti migliori quando mi avvelenavo. Allo scadere dei sedici anni, avevo bevuto e fumato così tanto che iniziavo ad annoiarmi. Lessi Dostoevskij, iniziai a tenere un diario su cui scrivevo frasi come: l’umanità è l’aborto di un demiurgo demente; forse la verità è che le domande sono inutili?; non sono cinico: sono solo povero d’immaginazione; i tre comandamenti dell’ebrezza: primo non lavorare, secondo non aspettare, terzo non invecchiare.
Per il diciassettesimo compleanno, nonno mi regalò un pied-à-terre vicino a scuola. La campana suonava per me. Durante la ricreazione, puntai con decisione la più fica della scuola, che si chiamava Barbara Romaioli. Snella, bionda e dotata di occhi larghi e significativi, si ergeva in bellezza sopra tutte le altre per più di un chilometro. Molti per questo la odiavano, e il fatto che stava sempre sulle sue suggeriva che era una strana, forse una cretina.
Scoparci fu facile. Mi bastò andare a parlare con lei e trattarla normalmente, il che mi venne anche naturale, perché certo non condividevo le opinioni correnti, basate su invidia e piccolezza d’animo. Fu una cosa, lo sverginamento, così truce, che non ricordo niente, eccetto forse un odore di sapone antibatterico.
Scoparsi Barbara si rivelò un’arma a doppio taglio. È vero che diventai il più fico della scuola: nell’arco di pochi mesi, quattro o cinque ragazze delle varie classi vennero a chiedermi di andare a letto con loro. Ma della scuola diventai anche il più odiato: se avevo conquistato quella bambola insipida, dovevo essere come lei, bellino e superficiale. Ne era dimostrazione il fatto che mi vestivo bene, in un periodo nel quale sempre più studenti andavano negli armadi dei babbi per intestarsi l’eskimo e la kefiah e il basco con la stella e il tascapane logoro (le ragazze, più restie a vestire i panni delle madri, rifiutarono perlopiù la zampa di elefante, limitandosi agli stivaletti di camoscio – le più estremiste al poncho). Essere di sinistra, al mio liceo, implicava prima di tutto il rifiuto della fighetta; molti, pur di non abbassarsi al codice inautentico dei conservatori (discoteca, jeans stretti sul pacco, StarTAC sul banco, limonata) restavano vergini. Simmetricamente, le ragazze di sinistra, a parte qualche momento di confusione alcolica, te la davano solo se sentivano di essere innamorate di te.
Verso la fine del quarto anno la tensione a sinistra divenne maggioritaria. Me ne accorsi perché ormai a darmela venivano solo le tamarre hardcore che nessuna moda poteva scalfire, le quali tendevano a essere un po’ in sovrappeso rispetto ai miei gusti. Siccome in fondo di sfoggiare le Johnny Lambs che mi passava mio nonno m’interessava poco o niente, e in ogni caso ritenevo più che giustificate le critiche alla vuotezza dello stile di vita mio e dei miei simili che venivano mosse ormai a viso aperto perfino dai microfoni delle assemblee, mi convertii.
Optai per la mise giacca di velluto-pantaloni a costine-polacchine. Avevo sempre odiato quelli che si vestivano come Rimbaud, tuttavia mi dissi: se c’è qualcosa che non va, non puoi cercare la soluzione nelle cose che ti piacciono, perché sono le cose che già fai. L’unico modo per superare se stessi è fare qualcosa che ci fa schifo. Allora lasciai Barbara e mi misi un cipollotto nel taschino con la catenella che sporgeva – il nonno fu felicissimo di regalarmelo.

La prima volta che mi presentai al collettivo, Antonia, la tipa che stava parlando mentre entravo, quasi si strozzò. Era imbarazzata per me, perché come tutti mi conosceva e aveva riso dietro alla mia goffa trasformazione; e anche io lo ero, in quella stanzina fumosa parlavano di flusso di capitali informatizzati nella globalizzazione con l’apparente familiarità di una faccenda di condominio – mi sedetti in un angolino e ci restai. Andrea Arconti, un tipo con la coda che era già famoso come capo del collettivo, fece un discorso: Perché quello che noi siamo, è che siamo tutti studenti, no? Cioè, siamo gente con i genitori impiegati, insegnanti, e la cosa che abbiamo in comune è che non abbiamo un cazzo di soldi. E l’importante è che noi i soldi non li vogliamo. Vogliamo studiare, vogliamo farci i cazzi nostri. Non vogliamo lavorare. Il lavoro è una farsa. Il mondo ormai è delle macchine, il lavoro è una finta, continuano a fare finta che il lavoro c’è ancora perché sanno che se la gente si rende conto che il lavoro non esiste più, allora salta tutto, no? Salta il sistema. E allora noi vogliamo un’altra cosa, che per noi è parecchio più fondamentale: lo spazio. Lo spazio che ci prendiamo con gli spazi. Usiamo gli spazi per fare politica, certo, per organizzare le iniziative, e tutto il resto, per fare arte, certo, ricucire il tessuto sociale nei quartieri, e tutto il resto, certo. Ma basicamente, gli spazi, li usiamo per fare il cazzo che ci pare. È questo, no? Ciò che conta: che i poveri dei paesi ricchi si organizzano, per non morire soffocati dal cemento e dai cartelloni pubblicitari, per essere liberi, centomila volte più liberi dei ricchi, per restare poveri.
Poi si mise a fumare chilum e lasciò chiacchierare gli altri per un paio d’ore. Capii che non sarei mai stato fico quanto lui. L’unica era diventare suo amico. Il suo compare, il suo diavoletto nella coscienza, quello che faceva le battute che smontavano, che buttava lì le posizioni più radicali e paradossali in modo che lui potesse far passare le proprie, quelle giuste, senza intoppi. Fu facile perché l’Arconti soffriva di solitudine.
In un lasso sorprendentemente breve, questo ruolo da cortigiano fece dimenticare i miei trascorsi da fighetto e mi valse sia la simpatia della maggioranza sia l’invidia e il disprezzo dei più timidi e intelligenti, ma soprattutto l’interesse delle ragazze, che ora, mi accorgevo, quando buttavo lì l’ennesimo nonsense pseudoarguto, non scuotevano più la testa ma abbassavano lo sguardo. Ciononostante non iniziarono a darmela: non più di un bacio, un sospiro carico. Pensavo che cazzo è, l’Ottocento?”

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