“Vinpeel degli orizzonti” recensito su La Città di Teramo

Cos’ arrivò Vinpeel degli orizzonti. Esce per Neo Edizioni il primo romanzo di Peppe Millanta. Domani la presentazione.

Sarà presentato domani alle 18:30 nel foyer di Palazzo Sirena, a Francavilla al Mare, Vinpeel degli orizzonti, il primo romanzo scritto dal cantante pescarese Peppe Millanta. Con Millanta parleranno del libro, che è stato pubblicato dalla casa editricer Neo, Carlo tatasciore e Francesco Coscioni.

Il romanzo Vinpeel degli orizzonti racconta “di un ragazzino che abita dentro ognuno di noi. C’è la sua vita confinata in un luogo che sembra appartenere a un sogno, c’è suo padre con cui parla solo attraverso l’aiuto del mare, ci sono amici che hanno la consistenza di nuvole e bizzarri personaggi. Ma su tutto c’è la sua voglia di scoprire, di spingersi oltre ciò che gli è dato conoscere.”

Così invece traccia un autoironico e spassoso ritratto di se stesso Millanta: “Peppe Millanta non è il vero nome di Peppe Millanta, ma lo pseudonimo nato per mascherare le attività eversive durante la sua doppia vita ai tempi dell’Università a Roma. Studente di giorno e perdigiorno di notte, si vanta di aver avuto la carriera di avvocato più rapida della storia: 12 ore appena, giusto il tempo di abilitarsi, farsi le foto di rito e cancellarsi dall’Albo l’indomani mattina. Musicista di strada, si è diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico.
Vincitore di numerosi premi di narrativa e di teatro, nel 2013 fonda la “Peppe Millanta & Balkan Bistrò” band di world music con cui si esibisce in numerosi festival in tutta Italia. Nel 2017 fonda a Pescara la “Scuola Macondo – l’Officina delle Storie” dedicata alle arti narrative.
In totale si è innamorato una volta. Ha avuto due cani. Ha fissato il mare almeno una volta al giorno. Ha pianificato nove viaggi che poi non ha fatto. Ha tirato a far tardi molte più volte del dovuto. Gli sono volati via dalle mani sei palloncini. Ha una fobia, otto libri che rileggerebbe all’infinito e quattro persone che vorrebbe prima o poi rincontrare.”

Pubblichiamo come estratto, per gentile concessione della casa editrice Neo, il prologo del romanzo:

Un uomo.
Solo.
E un mare.
Immenso.
E la faccenda potrebbe anche andare bene così, con ogni cosa al suo posto.
Niente di più facile: un uomo solo e un mare immenso. Stop.
E invece no.
Non se l’uomo (solo) sta lì a guardare quel mare (immenso). Perché a volte può bastare soltanto uno sguardo per riempirti la testa di pensieri e di strane idee.
Potrebbe anche andare bene così, certo, con l’uomo (solo) a guardare quel mare (immenso). Stop.
E invece no.
Non se nella testa di quell’uomo, persa fra le pieghe dei suoi pensieri, si annida una speranza, e se quel mare gli si srotola davanti come una pagina illeggibile.
È a questo punto che le cose si complicano. Sempre.
Che a pensarci bene è un fatto che ha dell’incredibile. Insomma. Hai due elementi messi lì, perfetti, ognuno chiuso in se stesso. Basterebbe che restassero immobili per non sfibrare quel sottile filo di bellezza che li avvicina senza farli mai toccare. E invece quelli non ne vogliono sapere di restare lì, al loro posto, e iniziano a impiastricciarsi l’un l’altro, come per dispetto.
Ed è incredibile come a volte si possa buttare tutto all’aria così, per uno stupido sguardo, e che questo accada sempre, non soltanto per quell’uomo solo e quel mare immenso, ma per tutte le cose della vita. Un continuo ingarbugliarsi a vicenda. Un infinito e vicendevole mischiarsi.
“Le cose dovrebbero restare al proprio posto” diceva sempre Ted Bundy, che per la cronaca è quell’uomo (solo) che guarda quel mare (immenso), turbato dai mille pensieri e le strane idee che un semplice sguardo può portarsi dietro.

Soltanto due volte in tutta la sua vita Ted Bundy si era mischiato ad altre cose per colpa di uno stupido sguardo.
La prima volta
era stata su una nave.

Ogni volta che la ricordava, pensava alla parola bellissima. Ma la pensava in un modo tutto suo – “bellissima” – come fosse un soffio, sospeso, riferendosi tra l’altro non alla nave ma alla donna che vi aveva incontrato sopra.
Quando Ted Bundy scese da quella nave, da quella notte, dal quel suo sguardo su di lei e da quel corpo caldo su di lui, portò via con sé soltanto due cose: la certezza che non l’avrebbe più rivista e la convinzione di averle lasciato come unico ricordo il rumore del mare di quella notte insieme.
In entrambi i casi, però, si sbagliava.
A volte uno ci prova a indirizzare il proprio destino, ad organizzarlo, ma quello non ci sta e può mandarti tutto all’aria, in un attimo. E quell’attimo, per Ted Bundy, coincise con un bussare forte alla porta, circa un anno dopo.
Quando la aprì restò fermo – “di sasso”, come avrebbe affermato lui stesso in seguito – a fissare il fagottino che gli avevano lasciato lì fuori. Ci mise un po’ prima di chinarsi e prenderlo. E ci mise altrettanto prima di scoprire quella cosina dal lenzuolo che l’avvolgeva e trovarvi dentro Vinpeel.
La prima cosa che pensò fu Merda, la seconda fu Un bambino, e la terza, più consequenziale delle altre due fu Merda. Un bambino.

Soltanto due volte in tutta la sua vita Ted Bundy si era mischiato ad altre cose per colpa di uno stupido sguardo.
La seconda volta
fu quando incontrò il mare.

Comments are closed.