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KRISHEB
conchiglia #3405

La verità è che ogni volta che sentivo Lucrezia ridere, a me il cuore faceva come una capriola. Non una capriola normale però, ma una di quelle difficili, di quelle che rischi di romperti l’osso del collo se non stai attento. Bisogna essere allenato per fare quella cosa lì, ed io non lo ero affatto.
Avevo appena dieci anni ed era la prima volta che sentivo quella vertigine nel petto. E intendiamoci, non è che Lucrezia ridesse insieme a me.
Anzi.
Per lei ero trasparente, o comunque dello stesso colore del fondale che avevo alle spalle quando la incrociavo. E a me non importava. Mi bastava sentirla ridere con le amiche, anche di nascosto nel cortile.
Il momento in cui Lucrezia rideva di più era quando ballava. Le piaceva da morire, ma senza musica era praticamente impossibile. Ci provava lo stesso, batteva le mani e le faceva battere anche alle altre bambine, ma dopo qualche passo si arrendeva e si accartocciava su se stessa ripensando alle domeniche con suo padre e sua madre al parco, quando ballavano felici sulle note di una vera orchestrina. In quei momenti le prendeva una malinconia enorme, talmente grande che faceva passare la voglia di giocare a tutti gli altri bambini dell’orfanotrofio, e quasi quasi anche alle suore. Il padre di Lucrezia era ancora vivo ma, dopo la morte della madre, non poteva più occuparsi di lei perché aveva iniziato a bere e a riempirla di lividi. Lucrezia diceva che non era cattivo ma solo arrabbiato. O almeno così le diceva lui quando poi si pentiva e piangeva. Io non potevo capire, ero uno di quelli che i genitori non li aveva mai neanche conosciuti, però il fatto di non sentirla ridere mi rattristava parecchio e così mi misi all’opera.
Li chiamai D.S.T., che stava per Dispositivo Scaccia Tristezza.
Chiuso nella mia stanzetta, ci misi un mese intero per costruirli. Uno per lei e uno per me. Sgraffignai vari materiali di recupero dentro l’orfanotrofio con la complicità delle suore, ormai abituate alle mie stravaganze. Ma Lucrezia no, non era abituata. E così, quando scartò il pacchetto che le avevo dato, mi guardò con aria confusa, non capiva se si trattava di un regalo o di uno scherzo.
In effetti il Dispositivo Scaccia Tristezza ad una prima, superficiale, disamina, poteva apparire come una semplice scatola di legno. In fondo era pure sempre un prototipo.
«È per te. È un D.S.T. Un Dispositivo Scaccia Tristezza!», le dissi come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Ma il mio mondo, evidentemente, non era lo stesso di Lucrezia che continuava a fissarmi, chiedendosi se fossi davvero scemo – come dicevano tutti gli altri bambini – o se ci facessi soltanto – come dicevano le suore.
«È per permetterti di ballare. C’è la musica lì dentro», feci io per spiegare.
Lucrezia diede ragione agli altri bambini anziché alle suore e, per farmi contento – o forse per levarmi di torno – , si avvicinò il Dispositivo all’orecchio e cominciò ad agitarlo, facendo risuonare i componenti che c’erano dentro.
Con un sorriso forzato stette per un po’ ad ascoltare quel rumore di ferraglia. Poi disse «Grazie Krisheb. Davvero un bel pensiero… il tuo» prima di andarsene via, ancora più confusa.
Io rimasi lì, immobile, incapace di urlarle dietro che “Porcatruzza! Un D.S.T. bisogna prima accenderlo per sentire la musica!”. In fondo era già tanto che fossi riuscito finalmente a parlarle, dopo averci provato inutilmente per anni.
Ma non mi persi d’animo. Quel giorno stesso, mentre tutti erano a giocare, entrai di nascosto nella sua camera e accesi il dispositivo che subito riempì di musica la stanza. Prima di uscire stetti per un po’ a immaginare quanto sarebbe successo poco dopo. E infatti quando Lucrezia aprì la porta, facendo traboccare tutta quella musica, il mio cuore fece una capriola, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Lucrezia iniziò a ridere forte, fortissimo, e pareva non volesse smettere più, tanto che il mio cuore, capriola dopo capriola, faceva fatica a starle dietro. Le sue risate si diffusero per tutto l’orfanotrofio, e le sentii avvicinarsi lungo i corridoi, sempre più vicine, fino a quando non bussarono alla mia porta.
«Grazie per la Radio!» mi disse raggiante, tenendo il D.S.T. acceso tra le mani.
La guardai senza capire a cosa si riferisse.
«Il mio papà ne aveva una uguale uguale per sentire la musica» aggiunse.
Capii con rammarico che ancora una volta qualcuno mi aveva anticipato sul tempo, anche se aveva scelto un nome assai ridicolo – Radio – per la sua invenzione. Mi era già successo con il Beccasuore – chiamato volgarmente Fionda – e con il Mangiaverde – chiamato ancor più volgarmente Tosaerba. Purtroppo non ero mai uscito dall’orfanotrofio e non potevo certo conoscere il lavoro dei miei fortunati colleghi genitore-muniti.
Provai a spiegare a Lucrezia come fossi riuscito a costruire il Dispositivo Scaccia Tristezza ma, come già detto, vivevamo in mondi assai differenti, e lei trovò molto più interessante alzare ancora di più il volume del suo D.S.T. e avviarsi verso la sua stanza cantandoci sopra parole e melodie del tutto inventate.
La vera sorpresa, però, ci fu poco dopo. Avevo progettato il mio e il suo D.S.T. in modo che potessero comunicare a qualunque distanza attraverso un piccolo microfono, sfruttando delle onde che avevo scoperto e a cui però mi rifiutai di dare un nome per non rimanerci male.
Non sapevo come l’avrebbe presa, ma quando Lucrezia sentì la mia voce spargersi nella sua stanza, non si scompose. E quello divenne il nostro piccolo segreto.
Spesso le chiedevo di lasciare aperto il microfono quando ballava, per sentirla ridere e provare quella vertigine nel petto di cui non mi stancavo mai. Col passare del tempo iniziammo a cercarci sempre di più, ogni volta che ci sentivamo soli o che avevamo paura. Ci cercavamo durante i temporali, dopo un brutto sogno nel cuore della notte, quando eravamo tristi, quando qualche famiglia adottava qualcuno dei nostri amici, quando lei temeva che il padre potesse tornare a prenderla o quando io mi sforzavo di ricordare il sorriso di mia madre. In qualche modo c’eravamo promessi, senza dircelo, che ci saremmo stati sempre l’uno per l’altra.
Fino a quando un giorno la cercai e non ebbi risposta.
Ero appena rientrato da una gita in città, dove una volta al mese ci portavano a piccoli gruppi. A Lucrezia era toccato rimanere in orfanotrofio a studiare. Mi precipitai nella mia stanza e provai a chiamarla con il mio D.T.S. Riprovai più volte, «Lucrezia. Lucrezia», ma non ebbi alcuna risposta.
Corsi nella sua stanza e la trovai già tutta svuotata. Dentro c’era una suora intenta a pulire, suo padre era venuto a riprendersela, così mi disse, «È venuto con un foglio del Tribunale».
All’inizio non capii, mi sentivo frastornato. Sdraiato sul mio letto, rimasi a fissare il soffitto a lungo, cercando di capire quella sensazione di nulla che provavo, fino a quando sentii una risata invadere il cortile. Mi alzai di scatto per affacciarmi alla finestra, mentre il cuore iniziava la sua evoluzione, ma quando questo era arrivato in gola mi si gelò il sangue. Non si trattava di Lucrezia. Avevo voluto sentire qualcosa che non era.
Fu quello il momento in cui il mio cuore sbandò e la capriola, sospesa a metà del suo tragitto, uscì male, anzi malissimo, tanto che il mio cuore si ruppe l’osso del collo e non saltò mai più. Da allora è fermo lì, nella stessa posizione scomposta con cui si è schiantato a terra.
Niente negli anni è riuscito a farlo rialzare. Sta lì, e aspetta. Prima o poi, mi ripete, il D.S.T. riprenderà a parlare. E ci sarà Lucrezia, dall’altra parte del mondo o chissà da dove, perché prima o poi dovrà spaventarsi ancora per un temporale, o per un brutto sogno, e avrà bisogno di far rivivere la nostra promessa, quella che ci siamo fatti in silenzio ormai tanto tempo fa.
Io provo a non illuderlo, a dirgli di arrendersi e reagire. Ma proprio quando penso di averlo convinto, mi ritrovo sveglio in piena notte per un piccolo fruscio proveniente dal D.T.S.. Un qualcosa di impercettibile, capace però di farmi passare il sonno. E allora mi metto lì, a ricontrollare e a pulire l’apparecchio perché tutto sia in ordine, per non farmi trovare impreparato all’appuntamento con Lucrezia quando ride.

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