{"id":9503,"date":"2017-04-10T13:34:44","date_gmt":"2017-04-10T11:34:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.neoedizioni.it\/neo\/?p=9503"},"modified":"2017-04-10T13:47:44","modified_gmt":"2017-04-10T11:47:44","slug":"grande-nudo-recensito-da-simone-gambacorta-su-la-citta-di-teramo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.neoedizioni.it\/neo\/9503\/","title":{"rendered":"GRANDE NUDO recensito da Simone Gambacorta su &#8220;La Citt\u00e0 di Teramo&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\"><strong><em>Grande nudo<\/em>,\u00a0Tetti racconta\u00a0il lato oscuro\u00a0dell\u2019uomo.\u00a0Il male, la violenza e la sopraffazione\u00a0in un romanzo ipnotico e fluviale\u00a0dove la ferocia \u00e8 l\u2019unica legge &#8211; <\/strong><em>di Simone Gambacorta<\/em><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Di questo romanzo per tanti versi ipnotico e per tanti altri spaventoso si possono dire molte cose, anzi, bisognerebbe proprio farlo, perch\u00e9 Gianni Tetti, in <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong>, pubblicato da Neo Edizioni (pp. 688, euro 17) e fresco di candidatura al <strong>Premio Strega<\/strong>, ha messo tanta di quella roba, tanta di quella materia, che altri, al posto suo, di romanzi, invece che uno, ce ne avrebbero ricavati quattro. In questo desiderio di creare un macchinario affabulatorio vasto e potente &#8211; desiderio, per inciso, che Tetti trasforma in concretezza &#8211; c\u2019\u00e8 tutta la misura di uno scrittore che vuole raccontare la dismisura delle cose, ossia il buio pesto della condizione umana: il semplice brutto e il semplice male che le appartengono (male anche \u00abbanale\u00bb, vien da s\u00e9). Siamo in una strana e distopica Sardegna simile a una nebulosa dove c\u2019\u00e8 tutto. Un vento inesauribile che soffia ovunque, la guerra, i terremoti, la distruzione, orde di infetti, soldati e colonnelli che impazziscono e pure cani che parlano e che sbranano gli uomini, e che nel farlo si mostrano del tutto coerenti con la favola maledetta che abitano. C\u2019\u00e8 di pi\u00f9. C\u2019\u00e8 uno stregone chiamato Majarzu, c\u2019\u00e8 una donna-cagna di nome Maria, c\u2019\u00e8 un libro che passa di mano in mano, ci sono fratelli che sembrano Caino e Abele, c\u2019\u00e8 gente che uccide per il s\u00ec e per il no, ci sono malati terminali che trovano nel sesso un oppio per tirare avanti e ci sono madri che si concedono sotto gli occhi dei figli pur di avere qualcosa da mangiare. C\u2019\u00e8 un pure prete che spende i soldi della parrocchia per i suoi vizi, ossia per Camille, l\u2019ultima evoluzione della bambola gonfiabile, neo Bocca di Rosa poi canonizzata in un bunker-mausoleo sull\u2019altare dell\u2019amore sacro e dell\u2019amor profano. Ci sono anche due tipi che seviziano e mutilano una donna (la donna-cagna imprigionata) per soddisfare le proprie voglie (e viene da pensare tanto a <strong><em>Elisabeth<\/em><\/strong> di <strong>Paolo Sortino<\/strong> quanto a <strong><em>Dogville<\/em><\/strong> di <strong>Lars von Trier<\/strong>). Poi c\u2019\u00e8 ovunque distruzione, ovunque sfascio, ci sono la ferocia e l\u2019abbrutimento, c\u2019\u00e8 il sacro piallato via in ogni modo e ci sono omicidi in diretta tv che paiono venire fuori da <strong><em>Natural born killer<\/em><\/strong> di <strong>Oliver Stone<\/strong>. Ci sono attentati con le bombe e c\u2019\u00e8 chi cammina e \u00abha in tasca la sua pistola\u00bb che sfiora zitto zitto con la mano, come fossimo in una rivisitazione del <strong>Travis<\/strong> di <strong><em>Taxi Driver<\/em><\/strong> di <strong>Martins Scorsese<\/strong>. Ci sono le giovani prostitute sfruttate dal padre, c\u2019\u00e8 chi ha fame e chi ha paura, c\u2019\u00e8 chi cade in mare e si risveglia in una grotta piena di cani, e poi ci sono scene che ricordano il <strong>Pasolini<\/strong> di <strong><em>Sal\u00f2 e le 120 giornate di Sodoma<\/em><\/strong> e naturalmente altre che ricordano <strong>Sade<\/strong>. C\u2019\u00e8 il cannibalismo e ci sono le decapitazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>FRULLATORE.<\/strong> \u00c8 chiaro che in un simile libro &#8211; un libro cos\u00ec pluridirezionale &#8211; si possano trovare suggestioni capaci di richiamare mezzo mondo, in termini di immaginario e non solo. E non \u00e8 da escludere che la via meno approssimativa per dire qualcosa su questo romanzo consista proprio nel darne semplicemente testimonianza, cio\u00e8 nel descrivere l\u2019esperienza di lettura che offre, e farlo attraverso gli impatti, gli interrogativi e gli sbreghi con cui investe il lettore per trascinarlo in un universo inaudito e frastornante. Si va da <strong><em>Gli uccelli<\/em><\/strong> di <strong>Daphne Du Maurier<\/strong> a <strong><em>Il branco<\/em><\/strong> di <strong>David Fisher<\/strong>, passando per <strong><em>I topi <\/em><\/strong>di <strong>Dino Buzzati<\/strong> fino a <strong><em>Lolita<\/em><\/strong> di <strong>Nabokov<\/strong> (\u00abFuoco dei miei lombi\u00bb), ma anche <strong>Camus<\/strong> (\u00abSuicidarsi \u00e8 una decisione importante\u00bb) e <strong>Anthony Burgess<\/strong> in una variante di <strong><em>Arancia meccanica<\/em><\/strong> (\u00abA far saltare il muro furono dei giovani sorridenti, vestiti bene e strafatti di anfetamine\u00bb), fino addirittura a <strong>Parise<\/strong> e <strong>Amado<\/strong> (\u00abL\u2019odore denso del sangue. E quello acido del sudore\u00bb), al <strong>Malaparte<\/strong> de <strong><em>La pelle <\/em><\/strong>(\u00abQuando il treno arriv\u00f2, il ragazzino era solo una pozza di sangue al suolo, con le impronte di tutti sopra) e al <strong>James<\/strong> di <strong><em>Giro di vite<\/em><\/strong> (\u00abE abbiamo iniziato a raccontare storie. Con la candela\u00bb). Col fatto che questi e altri nomi possano sovvenire non si vuol dire che Tetti abbia voluto citarli o strizzare loro l\u2019occhio, ma solo che la sua storia \u00e8 cos\u00ec carica di significati possibili che alla fine c\u2019\u00e8 l\u2019imbarazzo della scelta su quelli da trascegliere.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">DISMISURA. Quella che Tetti racconta \u00e8 una dismisura spaventosa e lo \u00e8 per due motivi. Il primo \u00e8 per cos\u00ec dire tecnico: \u00e8 cio\u00e8 spaventosa per lo stile con cui viene \u201cdetta\u201d, ossia con secchezza, con durezza, senza per\u00f2 l\u2019enfasi o la morbosit\u00e0 del compiacimento. La scrittura di Tetti non ha bisogno di fingersi inquieta per essere inquietante. Il secondo motivo ha invece a che fare con l\u2019usualit\u00e0 di questa dismisura: al di l\u00e0 dello scenario apocalittico (e dunque rivelatorio) della sua storia, Tetti mette nero su bianco una dismisura che pu\u00f2 dirsi normale. Leggere il suo romanzo \u00e8 come assistere all\u2019autopsia non di un uomo, ma dell\u2019umanit\u00e0: si vede che cosa c\u2019\u00e8 dentro ai mortali, e si tocca con mano &#8211; per l\u2019appunto &#8211; la dismisura di cui sono capaci, tutti, e che tutti riescono (riusciamo) a praticare (talvolta, spesso, sempre) nella cornice della pi\u00f9 estrema normalit\u00e0. Cos\u00ec come la carne si corrompe, si ammala e si infetta \u201cnormalmente\u201d, cos\u00ec i personaggi di Tetti vivono la loro malattia normale, la loro dismisura invisibile. \u00c8 la dismisura rispetto alla convenzione, al \u201ccome si dovrebbe essere\u201d, alla rappresentazione che ciascuno fa di s\u00e9 agli occhi del prossimo, e che per dritto o per rovescio finisce per manifestarsi sempre nel momento relazionale, nell\u2019interazione. Non \u00e8 questione di buoni o cattivi, \u00e8 questione di specie. Siamo nel lato oscuro dell\u2019uomo, siamo dalle parti di <strong>Sofsky<\/strong> e del <strong><em>Paradiso della crudelt\u00e0<\/em><\/strong>: \u00abLa violenza nasce proprio dalla specifica natura umana dell\u2019uomo\u00bb. Volendo siamo anche altrove: \u00abLa gente \u00e8 stupida e malvagia, c\u2019\u00e8 qualcosa di sbagliato in noi\u2026 un qualche orrendo difetto\u00bb, per dirla con parole che non si trovano in <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong>, ma in <strong><em>V for Vendetta<\/em><\/strong> di <strong>Alan Moore<\/strong> e <strong>David Lloyd<\/strong>, e che sembrano fatte apposta per sintetizzare quel che viene da pensare leggendo il romanzo di Tetti. La cosa naturalmente rimanda a un fondamentale, e vale a dire al paradigma biblico del <strong>Libro di Giobbe<\/strong>: \u00ab\u00c8 dall\u2019uomo che viene il male\u00bb. Antropologicamente parlando, l\u2019atto culturale che in massima parte l\u2019umanit\u00e0 di cui Tetti racconta \u00e8 in grado di produrre \u00e8 un atto di violenza, intesa come sopraffazione, come sfruttamento, come vero e proprio consumo (consunzione) dell\u2019altro. Ed \u00e8 come se, in questa percussione continuativa di pulsioni e istinti, chi compie il male non possa far altro che questo: compiere il proprio male quotidiano. L\u2019abbrutimento si manifesta anzitutto nella comunicazione, nei rapporti tra le persone, che sono ridotti a una funzionalit\u00e0 pi\u00f9 o meno sempre sinallagmatica, a una reciprocit\u00e0 elementare e talvolta ferina che di rado o quasi mai \u00e8 condivisione o scambio, ma appunto dazione o restituzione o forma di riscatto o di acconto di qualcosa per qualcuno. Anche perch\u00e9 questo zoo umano racchiude quel che resta di una societ\u00e0 che per molti versi agisce e percepisce secondo un edonismo ridotto al suo grado zero.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>OCCHI. <em>Grande nudo<\/em><\/strong> \u00e8 un catalogo di incubi collettivi e individuali. Collettivi, e si direbbe specialmente novecenteschi, come la guerra, la dittatura, i terremoti, le malattie, la carestia, la violenza (\u00abNoi veniamo dopo, ed \u00e8 questo il fulcro della nostra condizione &#8211; scrive <strong>George Steiner<\/strong> in <strong><em>Linguaggio e silenzio<\/em><\/strong> &#8211; Dopo il crollo senza precedenti dei valori e delle speranze umane provocato dalla bestialit\u00e0 politica della nostra epoca\u00bb). Individuali, invece, come quelli che in un modo o in un altro fanno capo al mostro dell\u2019occhio accanto. Il mostro dell\u2019occhio accanto \u00e8 il macro-protagonista del romanzo. Se il mostro della porta accanto \u00e8 un \u201caltro\u201d, un estraneo magari oscuro e il pi\u00f9 delle volte sfuggente (come nel caso de <strong><em>Il silenzio degli innocenti<\/em> <\/strong>di <strong>Thomas Harris<\/strong>), se \u00e8 cio\u00e8 qualcuno che vive in un altro corpo, il mostro dell\u2019occhio accanto \u00e8 l\u2019altra met\u00e0 di quello che siamo o che possiamo diventare (e per tutti valga il caso del <strong><em>Borghese piccolo piccolo<\/em><\/strong> di <strong>Vincenzo Cerami<\/strong>). \u00c8 il male intrinseco dell\u2019individuo. \u00c8 il mostro che vive come il Norman Bates di <strong><em>Psycho<\/em><\/strong> di <strong>Robert Bloch<\/strong>. Con un occhio vede e vive secondo norma (e non a caso nel romanzo blochiano Norma \u00e8 il nome della madre di Norman) e con l\u2019altro cerca e scova nel mondo quanto eccita o soddisfa il suo lato oscuro: ed \u00e8 infatti l\u2019occhio ad annunciare al lettore il male di Bates, quando Norman spia quella che di l\u00ec a poco sar\u00e0 la sua vittima. Il mostro dell\u2019occhio accanto \u00e8 \u201cil consustanziale\u201d e la sua vita scorre sul nastro della doppiezza di Mobius, in una circolarit\u00e0 che \u00e8 anche rovescio.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>BUIO.<\/strong> Se da un lato viene subito da pensare, leggendo questo libro di Tetti, a un classico come pu\u00f2 essere <strong><em>La peste scarlatta<\/em> <\/strong>di <strong>Jack London<\/strong> (va da s\u00e9: si potrebbero fare millanta altri esempi), dall\u2019altro si va dritti verso un altro padre fondatore, vale a dire il <strong>Robert Louis Stevenson<\/strong> de <strong><em>Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde<\/em><\/strong>. In <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> per\u00f2 nessuno ha paura del mostro che reca in s\u00e9 e, pi\u00f9 in generale, la domanda che ci si pone, leggendo il libro, non \u00e8 tanto cosa sia il male, ma quale ne sia il funzionamento, e come possa essere definita, ammesso che la si possa definire, la malvagit\u00e0, oppure che cosa sia e in che modo possa essere descritta quella particolare forma di bruttezza che \u00e8 la cattiveria. E siccome si capisce di avere a che fare con uno scrittore anche quando un libro ti coinvolge nella tua stessa memoria letteraria, quando cio\u00e8 ti ributta addosso quello che hai letto e che magari nemmeno ricordavi pi\u00f9 di aver letto, ad accendersi pu\u00f2 addirittura essere una lampadina che lampadina non \u00e8, perch\u00e9 \u00e8 nientemeno una novella di <strong>Federigo Tozzi<\/strong>, <strong><em>Il ciuchino<\/em><\/strong>. In quelle dieci e poco pi\u00f9 pagine dello scrittore toscano accade semplicemente questo: un\u2019asina partorisce un ciuchino, ma inspiegabilmente non vuol saperne di allattarlo e tanto meno di accudirlo. Gli \u00e8 estranea e nemica. Tiene per giunta alla larga i contadini che, constatata la sua indifferenza al figlio, e ancor pi\u00f9 quel suo incomprensibile contravvenire a un ordine naturale, vorrebbero prendersene cura almeno per tentare di salvarlo da quella morte sicura a cui la madre lo ha condannato. Non si sa perch\u00e9 l\u2019asina faccia quello che fa, si sa solo che lo fa. Non si sa da dove tragga, n\u00e9 perch\u00e9, una determinazione cos\u00ec inscalfibile, cos\u00ec perfettamente muta nella sua invincibilit\u00e0: \u00abLa ciuca non avrebbe allattato mai il proprio figlio. Ella non voleva che lo portassero via dalla stalla, ma non gli dava il latte\u00bb. Siamo dinanzi a una cattiveria naturale, spontanea (\u00abPare impossibile che anche tra le bestie ci siano cos\u00ec cattive\u00bb, dice in effetti una contadina incredula). Alla fine il ciuchino morir\u00e0 di fame e freddo, mentre la madre, pochi metri pi\u00f9 in l\u00e0, impassibile fa il suo pasto. Si dir\u00e0 che Tozzi non c\u2019entra nulla con Tetti, senonch\u00e9, se si legge la prefazione che <strong>Alberto Moravia<\/strong> dett\u00f2 per quel libro di Novelle uscito da Vallecchi nel 1976, ci si rende conto della presenza di un concetto tutt\u2019altro che distante dal centro di gravitazione di <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong>: \u00abLa cattiveria nasce in Tozzi da un\u2019acuta sensibilit\u00e0 per il male\u00bb. Ecco, in Tetti tutto ha a che fare o discende dalla sensibilit\u00e0 per il male. E visto e considerato che in <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> \u00e8 centrale il corpo, la corporalit\u00e0, si potrebbe citare un altro passaggio: \u00abI personaggi di Tozzi &#8211; scrive ancora Moravia &#8211; fanno continuamente delle cose col corpo: rabbrividiscono, svengono, vomitano, tremano, piangono, sudano, appetiscono, rigettano e cos\u00ec via\u00bb. Cose col corpo le fanno di continuo, e sia pure in modo decisamente pi\u00f9 traumatico, anche i personaggi di Tetti, e anzi nel romanzo il corpo \u00e8 prevalentemente il luogo dello scempio, della prevaricazione pi\u00f9 abietta, dello squartamento e del tritume, della profanazione e del compromesso. \u00c8 chiaro che non siamo su un identico piano di discorso e per\u00f2 non meno chiaro \u00e8 che siamo di fronte a un possibile orizzonte comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>IL MALE.<\/strong> Si pensa, si tende sempre a pensare, che il male e la malvagit\u00e0 siano qualcosa di raro e di concentrato, di individuabile, di netto, di circoscrivibile con un esorcizzante cerchio fatto con la matita rossa attorno a un volto: un boss della mafia, un assassino, un pedofilo, uno stupratore. Con <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> Tetti ricorda che esiste invece una forma di male pi\u00f9 piccola e mimetica, ma non per questo meno forte, non meno micidiale, una cattiveria che se ne sta acquattata in vite in apparenza normali quando non rassicuranti (come per il caso de <strong><em>L\u2019amico di famiglia<\/em><\/strong> di <strong>Paolo Sorrentino<\/strong>) e che per\u00f2 \u00e8 puntualissima nel venire fuori nella sua verit\u00e0. \u00c8 quella dei cattivi di ogni giorno, ed \u00e8 una cattiveria che viene esercitata come un diritto, come una rivendicazione di se stessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>MULINELLI. <em>Grande nudo<\/em><\/strong> si muove. Da un\u2019iniziale orizzontalit\u00e0 segmentata e franta conduce poco a poco chi legge verso una sempre pi\u00f9 netta messa a fuoco. Per larghi, larghissimi giri, questo romanzo pulviscolare e multiprospettico si trasforma pian piano in un mulinello: inizia a vorticare e s\u2019avvita in un nucleo di significati che fanno massa. Questa massa, questa concrezione, a osservarla da vicino si mostra schizoide, carica di motilit\u00e0 diverse, lapillare. Le forze in azione si muovono in mille direzioni, in mille rimbalzi, in mille rifrazioni. Si finisce col non aver pi\u00f9 bisogno della trama, l\u2019unica cosa che alla fine conta davvero \u00e8 la scarica d\u2019impatti, d\u2019immagini sconvolgenti e durissime, spietate e anche tragicomiche (grottesche, surreali\u2026) che arrivano da un nucleo capace di fagocitare nella sua densit\u00e0 una quantit\u00e0 abnorme di materia umana. <em>Grande nudo<\/em> \u00e8 un agglomerato di situazioni racchiuse nella cornice di un romanzo che funzionano in concerto e nell\u2019assolo delle sue parti, si potrebbe dire rifacendosi a <strong>Guido Guglielmi<\/strong> e al suo secondo volume sulla <strong><em>Prosa italiana del Novecento<\/em><\/strong>. Ma al di l\u00e0 di questo, e per quanto a sentirlo dire senza aver letto il romanzo possa apparire strano e incongruo e certamente improbabile, non manca in <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> una comicit\u00e0 raccapricciante, come nell\u2019episodio della morte del preside che crepa durante un rapporto con una ragazzina della sua scuola. La comicit\u00e0, in questo episodio di per s\u00e9 per nulla comico, viene fuori esclusivamente dal modo in cui la vicenda viene raccontata, da un \u201cmodo\u201d di vedere le cose.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>INELUTTABILIT\u00c0.<\/strong> Forse \u00e8 determinante in questo romanzo il tema dell\u2019ineluttabilit\u00e0, come lascerebbe pensare quell\u2019allegoria della vita degli uomini che \u00e8 la descrizione di una goccia: \u00abTante gocce appese al soffitto si gonfiano e cadono come lacrime. Ma io sto guardando proprio quella. Una goccia gonfia che dondola. \u00c8 cos\u00ec pesante che non riesce a tenersi. Non si tiene pi\u00f9 e si lascia andare. Si lascia andare e cade. Cade come una lacrima. E cadendo riflette la luce. E cambia colore mille volte. Bianco, giallo, nero, blu, viola, rosso. \u00c8 sempre andata cos\u00ec. \u00c8 sempre caduta, la goccia, a questo punto del percorso. Ha sempre fatto un breve volo dal soffitto al suolo della grotta\u00bb. Come per la goccia sono inevitabili gli esiti generati dal suo stesso affiorare, dal suo stesso esistere, cos\u00ec gli uomini non possono che adattarsi a essere quello che sono e a vivere in conformit\u00e0 a come sono fatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>OSCENO.<\/strong> Una delle scene pi\u00f9 forti e impressionanti del romanzo \u00e8 questa. Dei soldati ridono e mentre si abbandonano a questa grande risata collettiva il comandante ai cui ordini obbediscono ne impartisce loro uno categorico: devono passare per le armi i commilitoni: \u00abUccidete tutti, disse il colonnello\u00bb. La vicinanza tra risa e morte \u00e8 emblematica della cinetica del romanzo: e lo \u00e8 non tanto nei termini tematici quanto nei termini dello spiazzamento. E se esiste un centro rispetto al quale si collocano i mille altri punti della circonferenza dentro cui sta <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong>, quel punto \u00e8 precisamente l\u2019osceno. La vicinanza tra le risate e l\u2019ordine di morte \u00e8 \u201coscena\u201d e in quanto tale segnala che questo di Tetti \u00e8 (anche) un romanzo sull\u2019osceno (il che, manco a dirlo, \u00e8 ben altra cosa dall\u2019essere un romanzo osceno).<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>MACERIE (UNO).<\/strong> In <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> la distruzione non \u00e8 solo un tema, \u00e8 anche struttura. <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> \u00e8 difatti una costituzione di macerie, tanto in senso letterale quanto in senso metaforico. Ci si potrebbe spingere persino a osservare altro. E cio\u00e8 che per impostazione, per impianto, la storia (un singolare, questo, pieno di plurali) sembra essere quel che resta di un poema sfasciato e completamente ribaltato in romanzo, con un impianto drammaturgico che fa sue anche modulazioni da sceneggiatura cinematografica. Da qui l\u2019iconografia infera di molte scene e di sequenze cariche d\u2019immagini perforanti. Ce n\u2019\u00e8 una in cui si parla di una donna, una madre. A parlare \u00e8 un uomo: \u00abAlle figlie non gli frega un cazzo della madre. Non le danno nulla. E allora ci devo pensare io, che sono un cuore d\u2019oro. L\u2019aiuto a fare qualche spiccioletto. Sai come le faccio alzare qualcosa? Adesso ti spiego: ho un garage. Nel garage c\u2019\u00e8 un palo. La metto a novanta, la lego al palo, la bendo, la spoglio, la copro con un telo nero e lascio scoperto solo il culo. Faccio qualche chiamata. Tempo dieci minuti il garage \u00e8 pieno. Fanno la fila per incularsela, a turno, a decine. Il culo di quella donna unisce tutti, come la morte. Vecchi e giovani, sani e malati, poveri e ricchi, una volta, due volte. La puzza di sudore la senti fino a via Esperson. Ma prima di entrare e fottere in garage devono pagare. E pagano tutti. E ci alziamo qualche bel soldino\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>MACERIE (DUE).<\/strong> Le macerie da cui questa storia \u00e8 cosparsa sono frutto di un\u2019azione violenta cos\u00ec come da fenomeni (diversamente) violenti sono prodotte quelle di cui parla <strong>Marc Aug\u00e9<\/strong> (un antropologo, non a caso) in <strong><em>Rovine e macerie<\/em><\/strong>. In Grande nudo tutto \u00e8 maceria perch\u00e9 tutto appartiene al \u00abtempo storico\u00bb: non c\u2019\u00e8 spazio per il \u00abtempo puro\u00bb a cui invece rimandano le rovine. Aug\u00e9 parla chiaro: \u00abLe macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi \u00e8 un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia (\u2026) e il tempo puro, il \u201ctempo in rovina\u201d, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto\u00bb. La sola eccezione potrebbero essere forse la figura enigmatica del Majarzu e una \u201cvoce\u201d che affiora di tanto in tanto: elementi che si direbbero senza tempo, al di l\u00e0 cio\u00e8 del tempo strettamente storico del romanzo.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>SUBSIDENZA.<\/strong> La Sardegna di Tetti \u00e8 un\u2019isola che sovverte l\u2019idea stessa di isola. A immergersi in <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> tutto infatti capita di avvertire fuorch\u00e9 sensazioni di apertura. Ogni possibile sguardo qui ha una gittata corta. L\u2019insularit\u00e0 intesa come dimensione aperta da cui al limite salpare per prendere il largo e fuggire ha poco a che vedere con questa storia. Se ne trae, al contrario, un\u2019impressione concentrazionaria, come se l\u2019isola si contraesse nell\u2019Asinara di un tempo, in una Alcatraz mediterranea. Nella Sardegna di Tetti non c\u2019\u00e8 via di fuga (semmai di scampo, per alcuni) e l\u2019immagine che pi\u00f9 richiama \u00e8 quella di un\u2019arena dove giorni e volti obbediscono alla costrizione del conflitto. C\u2019\u00e8 un motivo. Quest\u2019isola \u00e8 uno sprofondo, una subsidenza, e riflette il collasso dell\u2019umanit\u00e0 che recinge: perci\u00f2 somiglia un po\u2019 anche a un vascello fantasma, o a una boschiana \u201cNave dei folli\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>PAROLA.<\/strong> Con le quasi settecento pagine di Grande nudo, Tetti costruisce un romanzo che anzitutto rivela di possedere qualcosa di straordinario rispetto a quel che oggi \u00e8 ordinario: prima che essere imbastito come narrazione, <strong><em>Grande nudo<\/em><\/strong> \u00e8 infatti concepito come \u201cparola\u201d. Se essere uno scrittore significa saper andare a cercare da qualche parte non tanto che \u201ccosa\u201d raccontare, ma \u201ccome\u201d raccontarlo, Tetti \u00e8 uno scrittore. Se essere uno scrittore significa costringersi a guardare in faccia ogni santo istante la faccia di un mondo che non c\u2019\u00e8 e che per\u00f2 si vuol far esistere, e cio\u00e8 la lingua con cui si debbono raccontare le cose (certe cose), Gianni Tetti \u00e8 uno scrittore. E anche parecchio bravo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Grande nudo,\u00a0Tetti racconta\u00a0il lato oscuro\u00a0dell\u2019uomo.\u00a0Il male, la violenza e la sopraffazione\u00a0in un romanzo ipnotico e fluviale\u00a0dove la ferocia \u00e8 l\u2019unica legge &#8211; di Simone Gambacorta<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[5],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v19.10 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>GRANDE NUDO recensito da Simone Gambacorta su &quot;La Citt\u00e0 di Teramo&quot; - NEO. 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