{"id":4192,"date":"2012-03-08T14:06:19","date_gmt":"2012-03-08T12:06:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.neoedizioni.it\/neo\/?p=4192"},"modified":"2021-01-25T17:48:25","modified_gmt":"2021-01-25T15:48:25","slug":"lo-straniero-storie-di-scrittori-senza-patria-di-paolo-zardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.neoedizioni.it\/neo\/4192\/","title":{"rendered":"Lo straniero (storie di scrittori senza patria) &#8211; di Paolo Zardi"},"content":{"rendered":"<p><!-- [if gte mso 9]><xml> <o :OfficeDocumentSettings> <o :AllowPNG><\/o> <\/o> <\/xml>< ![endif]--><!-- [if gte mso 9]><xml> <w :WordDocument> <\/w><w :Zoom>0<\/w> <w :TrackMoves>false<\/w> <w :TrackFormatting><\/w> <w :HyphenationZone>14<\/w> <w :PunctuationKerning><\/w> <w :DrawingGridHorizontalSpacing>18 pt<\/w> <w :DrawingGridVerticalSpacing>18 pt<\/w> <w :DisplayHorizontalDrawingGridEvery>0<\/w> <w :DisplayVerticalDrawingGridEvery>0<\/w> <w :ValidateAgainstSchemas><\/w> <w :SaveIfXMLInvalid>false<\/w> <w :IgnoreMixedContent>false<\/w> <w :AlwaysShowPlaceholderText>false<\/w> <w :Compatibility> <w :BreakWrappedTables><\/w> <w :DontGrowAutofit><\/w> <w :DontAutofitConstrainedTables><\/w> <w :DontVertAlignInTxbx><\/w> <\/w> <\/xml>< ![endif]--><!-- [if gte mso 9]><xml> <w :LatentStyles DefLockedState=\"false\" LatentStyleCount=\"276\"> <\/w> <\/xml>< ![endif]--> <!-- [if gte mso 10]>\n<mce :style>< ! \/* Style Definitions *\/ table.MsoNormalTable {mso-style-name:\"Tabella normale\"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-parent:\"\"; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:\"Times New Roman\"; mso-ascii-font-family:Cambria; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-fareast-font-family:\"Times New Roman\"; mso-fareast-theme-font:minor-fareast; mso-hansi-font-family:Cambria; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-bidi-font-family:\"Times New Roman\"; mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\"><strong>Quando nel 1955, un oscuro editore francese, il cui catalogo si componeva sostanzialmente di letteratura al confine tra l&#8217;erotismo e la pornografia <\/strong><!--more-->(generi che distano tra loro quanto la tensione e la suspense), pubblic\u00f2 il romanzo di un autore che aveva vissuto i primi vent&#8217;anni a San Pietroburgo senza scrivere nulla, i secondi vent&#8217;anni in Germania pubblicando libri in russo per gli esuli come lui, e gli ultimi sedici negli Stati Uniti d&#8217;America, scegliendo di esprimersi esclusivamente in lingua inglese, quell&#8217;autore, Vladimir Vladimirovic Nabokov, una volta che quel romanzo, <em>Lolita<\/em>, divenne un successo editoriale senza precedenti, e tutta la critica letteraria mondiale si accorse improvvisamente di lui, disse con la consueta spavalderia: \u201cMeritavo che succedesse molto prima\u201d. Anni dopo, David Foster Wallace, nella lunga intervista poi proposta in <em>Come diventare se stessi<\/em> (un libro mal riuscito, capace di ridurre involontariamente, e brutalmente, il mito di DFW), disse che Nabokov, mentre lo diceva, dimostrava di avere un atteggiamento da signorotto feudale \u2013 qualcuno convinto di occupare il posto in cima a una montagna fortificata.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Nabokov, che da ragazzino apparteneva a una famiglia ricca, colta e illustre, e che poi era caduto in uno stato di semi-povert\u00e0 a causa della rivoluzione russa, aveva una grandissima stima di s\u00e9 \u2013 stima che solo in parte stemperava con l&#8217;autoironia, come quando diceva, ad esempio, che lui <em>pensava come un genio, scriveva come un autore eminente ma parlava come un bambino di cinque anni<\/em>. Quando insegnava letteratura in un&#8217;Universit\u00e0 americana, tra met\u00e0 degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, e raccontava la grandezza dei suoi autori preferiti \u2013 Puskin, Gogol, Dickens, Cechov, Flaubert, Proust, Kafka \u2013 \u00e8 probabile che ritenesse di far parte di quel piccolo gruppetto di giganti, distaccando di tante lunghezze tutti quei romanzieri che gli erano contemporanei e che avevano raggiungo la fama in meno dei cinquantacinque anni che erano serviti a lui. Per dare un&#8217;idea della considerazione che aveva di s\u00e9: in un&#8217;intervista gli chiesero se nei suoi romanzi il tempo avesse qualcosa di <em>proustiano<\/em>; lui rispose che l&#8217;aggettivo giusto era <em>nabokoviano<\/em>. Riteneva di avere inventato, in letteratura, qualcosa che sarebbe stato ricordato. Ma anche se la sua aspirazione a occupare un ruolo fondamentale nella storia del romanzo aveva basi solide, e buoni motivi per essere alimentata, Nabokov aveva un limite che nessuno dei suoi sfidanti aveva: era troppo nabokoviano.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\"><em> Nabokoviano<\/em> pu\u00f2 voler dire molto cose: bizantino, assurdo, fantasmagorico, elegante, farfallesco \u2013 ma l&#8217;aspetto pi\u00f9 rilevante della sua produzione, e quello che forse d\u00e0 un significato all&#8217;aggettivo, \u00e8 l&#8217;amore sconfinato per la bellezza esteriore: per i dettagli, per il suono di ogni singola frase, per le metafore, per la struttura delle opere (con i suoi rimandi interni, le simmetrie, i trabocchetti). I suoi libri sono enormi <em>trompe de l&#8217;oeil<\/em>, dove tutto <em>sembra<\/em> vero, ma tutto \u00e8, allo stesso tempo, evidentemente falso: Nabokov non cercava mai il realismo, ma un gioco di prestigio che facesse esclamare per lo stupore e la meraviglia. La sua lingua \u00e8 ricchissima di sfumature, di forme retoriche, di giochi di parole, di aggettivi, di neologismi \u2013 \u00e8 una vertigine di continue invenzioni. Con il passare degli anni, per\u00f2, Nabokov smise di esercitare una qualche forma di controllo su questa sua immensa capacit\u00e0 immaginifica, e fin\u00ec per compiacersi della propria abilit\u00e0: l&#8217;esempio pi\u00f9 eclatante di come sia possibile gettare al vento il proprio talento \u00e8 <em>Ada, o ardore<\/em>, che nelle intenzioni di Nabokov doveva essere un&#8217;opera all&#8217;altezza dell&#8217;<em>Ulisse<\/em> di James Joyce, e che invece mostra come l&#8217;insieme di 600 bellissime, presuntuosissime pagine non facciano necessariamente un romanzo.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">In ogni caso, eccessi esclusi, si pu\u00f2 dire che praticamente nessuno sia mai riuscito a raggiungere la perfezione della sua prosa. E poich\u00e9 Nabokov ne era consapevole, ogni volta che qualcuno lo paragonava a Joseph Conrad, un altro scrittore di madrelingua slava che scriveva in inglese, sbottava dicendo che Conrad era un romanziere di serie B; e in effetti nessun autore poteva trovarsi cos\u00ec distante dalla sua <em>nabokovianet\u00e0<\/em>, (tranne, forse, Faulkner, che infatti disprezzava con lo stesso ardore).<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Se Shakespeare fosse stato preso, e diviso in due parti, mettendo da un lato il giocoliere delle parole, il brillante commediografo, l&#8217;inesauribile creatore di metafore, l&#8217;abilissimo costruttore di trame, e dall&#8217;altro il tragediografo vigoroso del ciclo dei re inglesi, o quello di <em>Antonio e Cleopatra<\/em>, o Re Lear, con i suoi personaggi tormentati, la prosa poderosa, virile e asciutta, la visione pessimista della natura umana, la profondissima umanit\u00e0, il dolore immenso, \u00e8 probabile che Nabokov si sarebbe preso tutta la prima parte, e Conrad la seconda. Conrad pu\u00f2 essere definito shakespeariano tanto quanto Nabokov, ma solo perch\u00e9 Shakespeare era tutto e il contrario di tutto: solo mettendoli insieme, avrebbero potuto fare un bardo intero.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Conrad \u00e8, a tutti gli effetti, uno scrittore che sta agli antipodi rispetto a Nabokov. La sua prosa, scolpita nella roccia, \u00e8 nervosa, funzionale, a tratti faticosa \u2013 si intravede lo sforzo di una mente volenterosa, e volitiva, tutta tesa nell&#8217;attivit\u00e0 di trasferire sulla carta un tumulto interiore, il risultato di una lunga, instancabile, laboriosa, ed estremamente faticosa, macinatura: di sassi. Nabokov danza sulle punte strizzando un occhio al pubblico e uno alla ballerina, Conrad spinge tronchi d&#8217;albero a mani nude e non guarda proprio nessuno. Ma se Nabokov disprezzava Conrad per la sua mancanza di stile, \u00e8 probabile che Conrad si sarebbe risentito nell&#8217;essere paragonato a uno scrittore che era, se non immorale, quanto meno amorale: nessun personaggio di Conrad avrebbe mai potuto innamorarsi di una bambina di 12 anni (e, a dire il vero, nessun personaggio di Nabokov sarebbe mai stato capace di portare una nave in salvo da un tifone). Nabokov si prendeva gioco dei suoi personaggi e dei lettori (mai di se stesso), e rideva della follia; Conrad, anch&#8217;egli privo di autoironia, aveva invece un rispetto quasi religioso verso l&#8217;umanit\u00e0 intera, e gli errori e le manchevolezze degli esseri umani lo gettavano nello sgomento.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Eppure, nonostante la loro distanza incolmabile, e sebbene nessuno dei due avrebbe mai accettato un accostamento all&#8217;altro, Conrad e Nabokov hanno qualcosa in comune, e di profondo: entrambi possiedono lo <em>sguardo di uno straniero,<\/em> che \u00e8 ci\u00f2 che contraddistingue, e definisce per differenza con l&#8217;ottocento, il romanzo del novecento.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Non \u00e8 da escludere che questa vicinanza derivi dalla somiglianza tra le loro vite \u2013 entrambi fuggono, pi\u00f9 o meno volontariamente, dalla propria patria, entrambi si trovano a scrivere in una lingua che non \u00e8 la loro (sebbene Nabokov dicesse che a casa sua si parlasse correntemente inglese), ed entrambi si trovano costretti a guardare il mondo in cui vivono da un punto di osservazione esterno. Ed \u00e8 questa distanza che rende grandi Conrad e Nabokov: questo sguardo un po&#8217; scientifico che prende nota di come gli animali chiamati <em>homo sapiens <\/em>si muovono, si amano, si combattono, perdono, muoiono e ancora si amano, senza riuscire a capire fino in fondo il linguaggio (non solo le parole: i gesti, le abitudini, la struttura sociale) che usano per farlo.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Nabokov osserva prima la Germania pre-nazista, poi l&#8217;America dei motel, della ricchezza, della sua natura sconfinata, ed \u00e8 come se durante un pranzo organizzato nel nostro salotto, con amici e parenti, ci fosse qualcuno seduto sul divano, con il cappello sulle gambe, che non ride, non mangia, non scherza, ma guarda, un po&#8217; imbarazzato, e non dice nulla, come farebbe uno zoologo che si piazza nelle vicinanze di un gruppo di scimpanz\u00e9, e cerca di individuare il senso di quella comunit\u00e0 \u2013 la gerarchia, il capobranco, i gesti. L&#8217;apice di questo approccio lo si trova in uno dei suoi libri meno famosi, ma tra i pi\u00f9 belli ed equilibrati, <em>Pnin<\/em>, la storia di un professore russo trapiantato in America.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">Conrad gira tutti gli oceani, sforzandosi di guardarli come li avrebbe guardati un inglese; ma quando, su richiesta di una compagnia commerciale belga, finisce nel cuore della foresta equatoriale, alla guida di una barchetta mezza scalcagnata, alla ricerca di Kurtz, \u00e8 due volte straniero, perch\u00e9 non comprende l&#8217;Africa selvaggia che lo rifiuta e lo accoglie, e allo stesso tempo non capisce l&#8217;insieme dei valori europei (la devozione trascendente verso il lavoro, la missione civilizzatrice) che lo stanno spingendo, con una forza bruta, verso il cuore delle tenebre. \u00c8 per questo che il suo libro pi\u00f9 bello, quel <em>Cuore di tenebra <\/em>dal quale Coppola trarr\u00e0 il capolavoro <em>Apocalypse now<\/em>, \u00e8 costruito su continui ossimori: perch\u00e9 l&#8217;ossimoro \u00e8 la condizione stessa dello straniero che vive nell&#8217;incapacit\u00e0 di risolvere un conflitto tra mondi diversi, e che lo vede involontario spettatore.<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: left;\">La partecipazione di Conrad e Nabokov \u00e8, per forza di cose, limitata, incompleta: in quanto stranieri, sono costretti a tradurre quello che vedono, e in questo sforzo di traduzione trattengono qualcosa \u2013 un residuo di significato, o tracce di meccanismi che tutti gli altri hanno smesso di notare. Non sono i soli, nel novecento, ad avere questo sguardo un po&#8217; alienato: a Praga troviamo Kafka, tedesco in Boemia, ebreo tra i tedeschi; e proprio da Praga Kundera fugge verso Parigi, da dove ricostruir\u00e0 il suo mondo perduto. Proust si esilia nel suo appartamento di Boulevard Haussmann 102, per guardare la vita da lontano. Albert Camus (anch&#8217;esso accostato a Nabokov, e da Nabokov disprezzato) nasce in Algeria, ed \u00e8 francese; quanto torna a vivere in Francia, si sente uno straniero (e infatti scrive il suo libro famoso, che \u00e8, appunto, <em>Lo straniero<\/em>). Oltre oceano, qualche decennio dopo, troviamo Philip Roth, un americano che racconta il mondo delle comunit\u00e0 ebraiche, e un ebreo che guarda l&#8217;America con disincanto; e, poco prima, Nathanael West, un intellettuale prestato al Cinema, che racconta Hollywood come se lui fosse un extraterrestre atterrato per errore in California. I loro seguaci \u2013 Amis tra i primi \u2013 ricercano, in ogni loro lavoro, quell&#8217;occhio non partecipe: umanissimo, empatico, ma incapace di comprendere fino in fondo la natura dell&#8217;uomo, i suoi errori, le sue passioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Conrad e Nabokov, dunque, posti agli antipodi per quanto riguarda l&#8217;aspetto estetico delle loro opere, e senza alcuna intersezione per quanto riguarda gli argomenti scelti, si trovano intimamente connessi per quanto riguarda lo sguardo, la qualit\u00e0 della visione, la distanza del mondo che raccontano: e tutto questo, con buona pace dell&#8217;intemperante Nabokov, e del serioso Conrad.<\/p>\n<p><!--EndFragment--><\/mce><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando nel 1955, un oscuro editore francese, il cui catalogo si componeva sostanzialmente di letteratura al confine tra l&#8217;erotismo e la pornografia<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":4194,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[65],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v19.10 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Lo straniero (storie di scrittori senza patria) - di Paolo Zardi - NEO. 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