{"id":10881,"date":"2018-06-19T17:16:53","date_gmt":"2018-06-19T15:16:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.neoedizioni.it\/neo\/?p=10881"},"modified":"2018-06-19T17:21:38","modified_gmt":"2018-06-19T15:21:38","slug":"cometa-anteprima-su-la-citta-di-teramo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.neoedizioni.it\/neo\/10881\/","title":{"rendered":"COMETA. Anteprima su &#8220;La Citt\u00e0 di Teramo&#8221;."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\"><strong><em>Cometa<\/em>. Quello strano stato di\u00a0beatitudine ultraterrena. Il romanzo: &#8220;I tra comandamenti dell&#8217;ebrezza: primo non lavorare, secondo non aspettare, terzo non invecchiare&#8221;<\/strong> <em>&#8211; di Simone Gambacorta<\/em><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">\u201cVanessa era tutta elegante, con la gonnellina a costine e la calzamaglia borgogna, io invece non mi ero nemmeno fatto la doccia. Dissi che mia mamma era paranoica per le allergie e per questo mi faceva fare la doccia solo una volta a settimana, la domenica prima di pranzo, e mi faceva lo shampoo con il miele, perch\u00e9 diceva che senn\u00f2 mi si staccavano i capelli. Vanessa annu\u00ec ma vidi che restava comunque a disagio e mi venne il malumore.<br \/>\nDopo un\u2019eternit\u00e0 di fermate, scendemmo a met\u00e0 di un viale desolato e allora mi sentii davvero sprofondare, perch\u00e9 al posto del prato dove volevo portare Vanessa a raccogliere i denti di leone, c\u2019era un cantiere, nel mezzo una gru altissima e intorno, come tanti piccoli sudditi, autocarri, ruspe e betoniere. Invece di spegnersi nella delusione, il volto di Vanessa s\u2019illumin\u00f2: \u00e8\u00a0il centro commerciale!<br \/>\nGuardammo un po\u2019. Mi ci porti quando apre vero? disse Vanessa. Non appena scorsi un\u2019ombra di noia nel suo sguardo, indicai il cartello di cantiere, sopra di noi, alto quasi come un palazzo e raccontai come il progetto di mio padre aveva quasi vinto il concorso ma poi la solita storia di mafia e tangenti, sai com\u2019\u00e8\u2026<br \/>\nChe figata, interruppe Vanessa a bocca aperta, costruisce anche i palazzi. Ma quante cose fa tuo pap\u00e0? \u00c8 un personaggio incredibile, mi piacerebbe tanto conoscerlo.<br \/>\nForse l\u2019anno prossimo. Adesso \u00e8 in tour mondiale con Elton John.<br \/>\nSpaziale\u2026<br \/>\nLe passai il braccio intorno alla vita.<br \/>\nSe il prato non esisteva pi\u00f9, il rudere sull\u2019altro lato del viale nessuno l\u2019aveva toccato. Sempre embricato coi ponteggi, circondato da un piccolo frutteto che restava torvo pur se fiorito in rosa e limone, sotto il cielo di salnitro, era cos\u00ec negletto che non aveva neanche un nome, o almeno non lo conoscevo.<br \/>\nQuella \u00e8 Villa Prunaio, sparai.<br \/>\nFico.<br \/>\nAndiamo a vedere? e la trascinai di corsa attraverso il viale.<br \/>\nAspetta, aspetta \u2013 ma l\u2019avevo gi\u00e0 sospinta in una fenditura tra due lamiere del recinto \u2013 vieni, vieni.<br \/>\nAh! \u00c8 ortica.<br \/>\nLa presi in collo e la trasportai fino alla soglia, dove era posata una merda sanguinolenta.<br \/>\nRaffaele, ti prego.<br \/>\nVieni.<br \/>\nDue passi su un tappeto di siringhe rotte.<br \/>\nNo dai, ho paura.<br \/>\nVieni.<br \/>\nLa tirai ma fece resistenza. In quella, un ratto a cui mancavano parti del collo e del dorso, e una zampa, attravers\u00f2 la stanza tracciando una scia di sangue. Lo inseguiva un gatto deforme, orbo, con una sfera tumorale sul posteriore grande pi\u00f9 della testa, rivestita a sua volta di bubboni. Quando ci percep\u00ec si paralizz\u00f2, gnaul\u00f2 un vagito sconvolto e schizz\u00f2 via. Strinsi Vanessa a me e cercai di baciarla.<br \/>\nDai, che schifo! grid\u00f2 lei e fugg\u00ec.<br \/>\nLe urlai dietro: Sei una bigotta!<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Mi lasci\u00f2. Fui cos\u00ec sconvolto dal disastro che decisi che per scansare la puttanite dovevo seguire attentamente il consiglio del nonno, rifuggire cio\u00e8 dagli equivoci del tipo \u201cvero amore di una principessa\u201d, e puntare direttamente a scopare pi\u00f9 fiche possibile. Ma c\u2019era il problema che quelle di classe mia mi scansavano, Vanessa doveva aver fatto la spia\u2026<br \/>\nDovevo prenderla larga. Mi associai con i compagni di scuola pi\u00f9 turbolenti. In un primo momento, Michel, Nicco e Lardo si accodarono, ma presto scomparvero e non mi preoccupai di andare a ripescarli, perch\u00e9 da tempo si erano rivelati inadeguati alle mie esigenze. Con questi nuovi iniziai a bere, la cosa pi\u00f9 bella della mia vita divent\u00f2 sbronzarmi fino a svenire, un po\u2019 perch\u00e9 trovavo soddisfazione nell\u2019autodistruzione fine a se stessa, ma un po\u2019 pi\u00f9 a fondo, perch\u00e9 quando mi sfasciavo e buttato sul marciapiede non sentivo pi\u00f9 nemmeno da che parte stava il mio corpo, a volte mi capitava di sfondare in uno stato di beatitudine ultraterrena. Perso nei capogiri della vodka alla pesca o del sommergibile, assaggiavo dieci minuti di paradiso, poi svenivo. Due giorni dopo, superato il calvario dei postumi, ci pensavo. Poich\u00e9 il mio encefalogramma spirituale era totalmente piatto, nemmeno mi saltava per la testa la spiegazione diretta, che ci fosse un altro luogo pi\u00f9 bello di questo dove l\u2019alcol mi portava. Riflettevo, invece, sull\u2019assurdit\u00e0 di una fisiologia che mi regalava i momenti migliori quando mi avvelenavo. Allo scadere dei sedici anni, avevo bevuto e fumato cos\u00ec tanto che iniziavo ad annoiarmi. Lessi Dostoevskij, iniziai a tenere un diario su cui scrivevo frasi come: l\u2019umanit\u00e0 \u00e8 l\u2019aborto di un demiurgo demente; forse la verit\u00e0 \u00e8 che le domande sono inutili?; non sono cinico: sono solo povero d\u2019immaginazione; i tre comandamenti dell\u2019ebrezza: primo non lavorare, secondo non aspettare, terzo non invecchiare.<br \/>\nPer il diciassettesimo compleanno, nonno mi regal\u00f2 un pied-\u00e0-terre vicino a scuola. La campana suonava per me. Durante la ricreazione, puntai con decisione la pi\u00f9 fica della scuola, che si chiamava Barbara Romaioli. Snella, bionda e dotata di occhi larghi e significativi, si ergeva in bellezza sopra tutte le altre per pi\u00f9 di un chilometro. Molti per questo la odiavano, e il fatto che stava sempre sulle sue suggeriva che era una strana, forse una cretina.<br \/>\nScoparci fu facile. Mi bast\u00f2 andare a parlare con lei e trattarla normalmente, il che mi venne anche naturale, perch\u00e9 certo non condividevo le opinioni correnti, basate su invidia e piccolezza d\u2019animo. Fu una cosa, lo sverginamento, cos\u00ec truce, che non ricordo niente, eccetto forse un odore di sapone antibatterico.<br \/>\nScoparsi Barbara si rivel\u00f2 un\u2019arma a doppio taglio. \u00c8 vero che diventai il pi\u00f9 fico della scuola: nell\u2019arco di pochi mesi, quattro o cinque ragazze delle varie classi vennero a chiedermi di andare a letto con loro. Ma della scuola diventai anche il pi\u00f9 odiato: se avevo conquistato quella bambola insipida, dovevo essere come lei, bellino e superficiale. Ne era dimostrazione il fatto che mi vestivo bene, in un periodo nel quale sempre pi\u00f9 studenti andavano negli armadi dei babbi per intestarsi l\u2019eskimo e la kefiah e il basco con la stella e il tascapane logoro (le ragazze, pi\u00f9 restie a vestire i panni delle madri, rifiutarono perlopi\u00f9 la zampa di elefante, limitandosi agli stivaletti di camoscio \u2013\u00a0le pi\u00f9 estremiste al poncho). Essere di sinistra, al mio liceo, implicava prima di tutto il rifiuto della fighetta; molti, pur di non abbassarsi al codice inautentico dei conservatori (discoteca, jeans stretti sul pacco, StarTAC sul banco, limonata) restavano vergini. Simmetricamente, le ragazze di sinistra, a parte qualche momento di confusione alcolica, te la davano solo se sentivano di essere innamorate di te.<br \/>\nVerso la fine del quarto anno la tensione a sinistra divenne maggioritaria. Me ne accorsi perch\u00e9 ormai a darmela venivano solo le tamarre hardcore che nessuna moda poteva scalfire, le quali tendevano a essere un po\u2019 in sovrappeso rispetto ai miei gusti. Siccome in fondo di sfoggiare le Johnny Lambs che mi passava mio nonno m\u2019interessava poco o niente, e in ogni caso ritenevo pi\u00f9 che giustificate le critiche alla vuotezza dello stile di vita mio e dei miei simili che venivano mosse ormai a viso aperto perfino dai microfoni delle assemblee, mi convertii.<br \/>\nOptai per la mise giacca di velluto-pantaloni a costine-polacchine. Avevo sempre odiato quelli che si vestivano come Rimbaud, tuttavia mi dissi: se c\u2019\u00e8 qualcosa che non va, non puoi cercare la soluzione nelle cose che ti piacciono, perch\u00e9 sono le cose che gi\u00e0 fai. L\u2019unico modo per superare se stessi \u00e8 fare qualcosa che ci fa schifo. Allora lasciai Barbara e mi misi un cipollotto nel taschino con la catenella che sporgeva \u2013 il nonno fu felicissimo di regalarmelo.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">La prima volta che mi presentai al collettivo, Antonia, la tipa che stava parlando mentre entravo, quasi si strozz\u00f2. Era imbarazzata per me, perch\u00e9 come tutti mi conosceva e aveva riso dietro alla mia goffa trasformazione; e anche io lo ero, in quella stanzina fumosa parlavano di flusso di capitali informatizzati nella globalizzazione con l\u2019apparente familiarit\u00e0 di una faccenda di condominio \u2013 mi sedetti in un angolino e ci restai. Andrea Arconti, un tipo con la coda che era gi\u00e0 famoso come capo del collettivo, fece un discorso: Perch\u00e9 quello che noi siamo, \u00e8 che siamo tutti studenti, no? Cio\u00e8, siamo gente con i genitori impiegati, insegnanti, e la cosa che abbiamo in comune \u00e8 che non abbiamo un cazzo di soldi. E l\u2019importante \u00e8 che noi i soldi non li vogliamo. Vogliamo studiare, vogliamo farci i cazzi nostri. Non vogliamo lavorare. Il lavoro \u00e8 una farsa. Il mondo ormai \u00e8 delle macchine, il lavoro \u00e8 una finta, continuano a fare finta che il lavoro c\u2019\u00e8 ancora perch\u00e9 sanno che se la gente si rende conto che il lavoro non esiste pi\u00f9, allora salta tutto, no? Salta il sistema. E allora noi vogliamo un\u2019altra cosa, che per noi \u00e8 parecchio pi\u00f9 fondamentale: lo spazio. Lo spazio che ci prendiamo con gli spazi. Usiamo gli spazi per fare politica, certo, per organizzare le iniziative, e tutto il resto, per fare arte, certo, ricucire il tessuto sociale nei quartieri, e tutto il resto, certo. Ma basicamente, gli spazi, li usiamo per fare il cazzo che ci pare. \u00c8 questo, no? Ci\u00f2 che conta: che i poveri dei paesi ricchi si organizzano, per non morire soffocati dal cemento e dai cartelloni pubblicitari, per essere liberi, centomila volte pi\u00f9 liberi dei ricchi, per restare poveri.<br \/>\nPoi si mise a fumare chilum e lasci\u00f2 chiacchierare gli altri per un paio d\u2019ore. Capii che non sarei mai stato fico quanto lui. L\u2019unica era diventare suo amico. Il suo compare, il suo diavoletto nella coscienza, quello che faceva le battute che smontavano, che buttava l\u00ec le posizioni pi\u00f9 radicali e paradossali in modo che lui potesse far passare le proprie, quelle giuste, senza intoppi. Fu facile perch\u00e9 l\u2019Arconti soffriva di solitudine.<br \/>\nIn un lasso sorprendentemente breve, questo ruolo da cortigiano fece dimenticare i miei trascorsi da fighetto e mi valse sia la simpatia della maggioranza sia l\u2019invidia e il disprezzo dei pi\u00f9 timidi e intelligenti, ma soprattutto l\u2019interesse delle ragazze, che ora, mi accorgevo, quando buttavo l\u00ec l\u2019ennesimo nonsense pseudoarguto, non scuotevano pi\u00f9 la testa ma abbassavano lo sguardo. Ciononostante non iniziarono a darmela: non pi\u00f9 di un bacio, un sospiro carico. Pensavo che cazzo \u00e8, l\u2019Ottocento?\u201d<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cometa. Quello strano stato di\u00a0beatitudine ultraterrena. 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