L’Unione Sarda. 29/11/2009.

03 dicembre, 2009

Quando le bestie rabbiose abitano nei nostri cuori – di Alessandra Menesini

Nere, nerissime storie nelle pagine de I cani là fuori recente libro di Gianni Tetti pubblicato da Neo Edizioni (pagine 193, euro 12). Undici racconti, undici protagonisti che ragionano della loro lucidissima follia. C’è solo un killer di professione, gli altri sono omicidi autodidatti e suicidi pasticcioni. Scientifico è Aureliano che mira al centro esatto del piede della sua vittima e lascia che il resto lo facciano le mosche attirate dal sangue e i ratti norvegesi che mangiano tutto, anche il cemento. Più improvvisato Giona che non prende le medicine prescritte dal dottore e una notte fa fuori con una busta di plastica e qualche colpo di abat-jour la mamma amorosa che fa tante belle torte. «Ho ucciso mio padre. Un po’ mi dispiace», dichiara il figlio di Antonio Nicola detto il Cinghiale. Ed essendo che il defunto era un violento nonché stupratore della sua stessa figlia, finisce sepolto in un cassonetto con una scopa in corpo.

Sembrano usciti da un Grand Guignol contemporaneo i soggetti di Gianni Tetti. O da un film di Tarantino di pessimo umore. Ma questi racconti si leggono d’un fiato, in virtù di una scrittura secca, millimetrata, fulminante. Funzionalmente perfetta. Pochissimi idiomismi sardi, se si eccettua qualche tributo alla patria sassarese, tipo il classico “un bè togo” e qualche altra (ben piazzata) forma gergale. L’autore, classe 1980, dichiara che da piccolo voleva fare il calciatore ma si è dovuto accontentare di laurearsi in Lingue e Letterature Straniere, di studiare sceneggiatura con Guillermo Arriaga, di ideare progetti per il cinema e la televisione, di cantare col gruppo BarrioSud. La sua giovane casa editrice, la Neo (che ha sede in Castel di Sangro, Abruzzo) si propone di trattare temi «caustici, sarcastici, turbativi» e di essere interessata a «opere viscerali, amorali, irriverenti, dissacranti» e di non porre limiti «d’età, di nazionalità né di sconsideratezza».

Nelle truci novelle di Gianni Tetti i cani rabbiosi non sono affatto fuori dalla porta. Sono nelle case e nei cervelli dei protagonisti che agiscono tra l’ingestione di un Ritalin e le canzoni di Adamo e brani, coltissimi, di musica classica. Qualcuno è paranoico o maniaco sessuale o minorato psichico ma sono precisi, puntuali, si potrebbe dire pignoli, nell’esporre le ragioni e le genesi dei loro delitti innocenti. Il numero imprecisato di ammazzamenti (qualcuno, più attivo, compie autentiche stragi) è descritto con serena ferocia: le modalità sono assai svariate e fantasiose, con uso frequente del congelatore per sbarazzarsi dei noiosi cadaveri.

Gli spazi bianchi a distanziare gli avvenimenti, l’uso interessante della punteggiatura e delle maiuscole asciugano il testo di ogni ridondanza. Come un cronista, lo scrittore dà conto dei fatti senza alcuna emotività, lontanissimo dall’idea di castigo. Fa intravedere, piuttosto, una sorta di catarsi fatale. Magari un pochino esagerata, come nel triste caso di compare Bacciccia, fatto a pezzi, cotto nel caminetto e poi ricomposto con la colla.