Gianni Tetti intervistato da Sardegna Quotidiano.

31 maggio, 2012

Intervista di Giuseppe Novella

La fame di un’umanità che non riesce a far tacere la propria parte selvaggia, animale. Vite sospese in un mondo in cui gli uomini appaiono come lupi, come predatori e prede, come cacciatori e cacciati. Le voci dei personaggi sono latrati che si alzano dagli angoli intimi e nascosti di una città che non ha nome, in un’armonia che è insieme buia e accecante. “I cani là fuori” parla di tutto questo e dice che Gianni Tetti è un narratore puro, di quelli difficili da trovare.

Poco più che trentenne, Tetti, un dottorato in Storia e Critica del Cinema all’università di Sassari, è autore del romanzo pubblicato per il piccolo editore indipendente Neo Edizioni, “I cani là fuori”, appunto, recentemente ristampato.

«Ho conosciuto Neo Edizioni nel 2008, quando lessero qualche mio racconto chissà dove, e mi chiesero un racconto per un’antologia. Gli diedi una distorsione della favola I cigni selvatici di Hans Christian Andersen. Il racconto gli piacque. Quindi mi chiesero dell’altro materiale. Certo, ho risposto. E così ho scritto “I cani là fuori”».

Un libro ambientato nella sua Sassari, nel quale racconta le sfumature più buie e opprimenti della città e dei suoi abitanti: «Co “I cani là fuori” non volevo parlare solo della mia terra, ma dell’uomo. Perché sardi calpestano il futuro come gli altri, e quando parlo di Sassari, in realtà, potrei parlare di qualsiasi periferia. I miei personaggi vivono dentro questi anni sottozero dove se non ringhi tanto peggio perte. Ogni uomo ha un nucleo nero come il petrolio. L’istinto, la rabbia, la voglia. E di questo parlo», racconta lo scrittore parlando del cuore del suo lavoro. Il libro non è una semplice raccolta di racconti, ma un disegno più ampio dove Gianni Tetti dà voce ad una fame impossibile da saziare.

Lo stato di salute dell’editoria sarda e dei suoi protagonisti? «Sebbene io abbia pubblicato con editori non sardi conosco alcune case editrici locali, piccole ma combattive e con una grande onestà intellettuale. E mi sembra che ci sia unità, mi sembra che ci siano tanti buoni editori sardi indipendenti, e che questi editori facciano un duro lavoro sul territorio per sopperire a qualche deficit distributivo. Ovviamente questo discorso vale per gli editori che fanno davvero il mestiere di editore, e non per gli editori a pagamento, specifica l’autore, toccando anche il problema del cosiddetto “publishing on demand”. «Per ciò che riguarda i lettori invece, credo che la Sardegna, possa essere considerata una felice, brillante, anomalia. Quasi la metà della popolazione sarda è composta da appassionati lettori. È un dato ottimo, e contribuisce sia alla nascita di nuovi eventi letterari, sia all’ingrandirsi della già folta schiera di scrittori, che in primis sono lettori, spesso molto critici, dei loro conterranei».

E Gianni Tetti è in primis proprio uno di questi appassionati lettori, che assorbe, mastica e riplasma la realtà per generare nuovi intrecci e raccontare nuove storie: «Quando scrivo voglio essere prima di tutto onesto, creare personaggi che sono un po’ pezzi di me e un po’ pezzi di qualcos’altro. I mondi che mi appartengono non sono tanto quelli ancestrali e misteriosi della Sardegna che tutti si immaginano, quanto quelli vuoti di periferie piene di asfalto o contorti del centro storico. I luoghi che descrivo sono soprattutto rubati alla città dove sono nato: Sassari. Ed è qui che c’è l’ancestralità, quella senza patina, quella che può fare paura davvero, sensazioni che si costruiscono attraverso storie sentite in giro, mezze parole origliate per strada, sguardi sconosciuti presi ovunque e esperienze personali» confida, raccontando come si sviluppa il processo creativo di una sua opera. «Prima guardo e ascolto o ricordo, poi prendo, poi metabolizzo, manipolo, violento, provando a dire la mia. Raccolgo sensazioni nell’aria della città e ci costruisco personaggi. Prendo idee da qualsiasi cosa che mi accade, qualsiasi cosa che vedo, sento, odoro o leggo, e soprattutto cerco di scrivere come parlo. Ho lavorato molto su questo, ascoltandomi parlare, e ascoltando gli altri, tante persone, addirittura prendendo appunti. E cercando il ritmo».