Sul Sole 24 Ore, Riccardo Finelli e il suo “Coi binari fra le nuvole”.

30 gennaio, 2013

Viaggi lontani, molto vicinidi Claudio Visentin

L’idea di Marcel Proust, che il gran affare dei viaggi sia cercare nuovi occhi piuttosto che nuove terre, pur ripetuta allo sfinimento quasi a voler vedere se si riesce a banalizzarne la profondità, è tuttavia sempre più vera. Infatti se c’è un aspetto comune ai viaggiatori contemporanei più interessanti è proprio la capacità di affinare lo sguardo, frutto di un lungo esercizio e di una cultura del viaggio che racchiude in sé tutto il lavorio e il deposito dei grandi viaggiatori del passato.

Ma a questo punto, per chi sa guardare e vedere, la corrispondenza binaria tra distanza e diversità viene meno, quasi che andare lontano fosse solo spreco di energia, quando mondi inesplorati e misteriosi si nascondono dietro l’angolo e l’esotismo è a un lancio di sasso.

Questa rilettura degli spazi vicini, e in particolare di quelli abbandonati, accomuna diversi libri di viaggio pubblicati di recente. Si potrebbe cominciare dall’onesto Riccardo Finelli (Coi binari fra le nuvole. Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Neo Edizioni, pagg. 176, € 13,00), viaggio di una settimana lungo una ferrovia dimenticata, quella Sulmona-Carpinone ultimo resto della Pescara-Napoli dismessa in favore degli autobus. Ma questa linea che s’inoltra nell’Appennino profondo, a calpestare passo dopo passo le sue 320mila traversine, racconta ancora storie di locomotive, macchinisti, pendolari, studenti, piccoli paesi legati da una sottile linea di ferro che ogni giorno la natura cancella nel prendere nuovamente possesso di questi spazi.

E ancora i paesi, specie quelli abbandonati, attirano le avanguardie dei viaggiatori più curiosi. Certo, in mancanza di un mito condiviso simile a quello del Far West, non possiamo ancora permetterci fascinose ghost town come quelle americane: cittadine che sorsero nello spazio di una notte al tempo della “corsa all’oro”, come Bodie (www.bodie.com), fondata in California a metà dell’Ottocento, presto abbandonata con l’esaurirsi della vena aurifera e oggi sapientemente conservata in uno stato di “decadenza bloccata” assai gradita ai turisti (200mila visitatori l’anno, peraltro). In Italia i paesi fantasma più famosi sono al sud, come Craco, vicino a Matera, abbandonato nel 1963 quando una frana completò lo spopolamento avviato dal l’emigrazione; il paese ha avuto un recente ed effimero risveglio quando Mel Gibson lo ha scelto per girare la scena dell’impiccagione di Giuda in La passione di Cristo, ma poi è tornato al suo abbandono, e così l’ho trovato solo pochi mesi fa: strade deserte, chiese sconsacrate e case in rovina, dove gli alberi mettono radici nel pavimento e spingono le loro chiome attraverso il tetto. Ma a cercarli bene i paesi abbandonati ci sono anche nelle regioni popolose e sviluppate del nord, come quelli percorsi (e disegnati e musicati in un libro colorato e curioso) da Marco Magnone (OFF. In viaggio nelle città fantasma del Nordovest, illustrazioni di Riccardo Cecchetti, Espress Edizioni, pagg. 160, € 9,90). Bisognerebbe raccontare di Consonno, borgo medievale che viveva intorno alla chiesa e all’osteria, alla bottega e al cimitero: mulattiere e torrenti, castagne e vino. Poi nel giro di una notte venne raso al suolo per essere trasformato nella Las Vegas della Brianza: edifici arabeggianti e pagode cinesi, sale da gioco e da ballo, una città dei balocchi che negli anni Sessanta e Settanta conobbe un’effimera fortuna ma già nel 1976 restò isolata dopo alcune frane lungo la strada di accesso. Dopo anni di riconquista da parte della natura selvatica, e troppo umani vandalismi e selvaggi rave party, Consonno è oggi off-limits non solo dal punto di vista dell’accessibilità, ma anche del senso del suo stare al mondo.

Oppure Paraloup, borgata alpina occitana in Valle Stura, dove dopo l’8 settembre 1943 si è formata la prima brigata partigiana di Giustizia e Libertà: uno strano esercito di studenti, operai, contadini e artigiani guidato da Duccio Galimberti e Nuto Revelli. La montagna ha vinto la guerra coi nazisti ma nel secondo dopoguerra ha dovuto soccombere alla sfida delle fabbriche che in pochi anni hanno attratto in città la sua popolazione. Anche qui quello che un tempo era coltivato e governato ora è brado e selvatico: Paraloup significa “rifugio dei lupi” che in effetti – lo abbiamo raccontato su queste pagine una settimana fa – sono davvero tornati. Eppure uno dopo l’altro tornano anche gli uomini e oggi nel borgo in rovina si cerca un percorso nella duplice memoria della guerra partigiana e della civiltà contadina: prove tecniche di rinascita.

È curioso: a stare sui margini, dove si pensa di essere soli, finisce che invece si fanno strani incontri e qualche lembo del proprio libro di viaggio si sovrappone a quelli altrui. E così la storia di Paraloup passa dal libro di Magnone a quello, tanto più rigoroso e sorvegliato, anche accademicamente, di Antonella Tarpino (Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi 2012, pagg. 254, € 18,00), che racconta anche le cascine diroccate della Bassa, i borghi spezzati dal sisma dell’Aquila, le comunità in movimento dell’Irpinia animate dal “paesologo” Franco Arminio, fino ai paesi doppi, ricostruiti altrove, della Locride calabrese.

Guardando da qui, i riferimenti sono rovesciati. Perché i luoghi periferici sembrano esserlo sempre meno da quando il centro è imploso, investito da una crisi sistemica che ha tradito tutte le promesse di sviluppo infinito. E poi queste di Paraloup e dei tanti altri piccoli paesi dimenticati sono quanto meno rovine parlanti, rimandi anche poetici al passato, spazi consapevoli dei limiti e speranzosi nella loro fragilità, non macerie desolate come quelle dei capannoni abbandonati del l’Italia post industriale e delle disperate periferie urbane. La lontananza è apparenza: aveva ragione Proust.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-01-20/viaggi-lontani-molto-vicini-140333.shtml?uuid=AbqXREMH