“Quattro soli a motore” recensito su La Città di Teramo

14 febbraio, 2013

L’adolescenza tradita nel romanzo di Nicola Pezzoli edito da Neodi Alfredo Fiorani

Pochi sono in Abruzzo gli editori che pubblicano libri di qualità. Allora, bisogna essere grati alla Ditta Biasella & Coscioni, capaci di saper intercettare o scovare autori di indubbio talento, ricalcando le orme dell’insuperabile talent scout di Tondelli. Neanche a dirlo, ed in parte tondelliano è questo racconto di Nicola Pezzoli “Quattro soli a motore” (Neo Edizioni, pag. 306, 2012, € 15,00) alla sua seconda e convincente prova narrativa. E’ una storia ricca di personaggi, di morti, di neologismi, d’inserti dialettali. Corradino, il protagonista che incarna con tutta probabilità lo stesso autore, è un ragazzo di undici anni attanagliato da ansie e paure. Ma soprattutto da un irriducibile senso di colpa per «le anime che ho ucciso» e che «non si è trattato di pure coincidenze, e nessuno mi convincerà mai del contrario», dice nell’abbrivio della storia che progredirà di confessione in confessione con quella lieve tinta di giallo che dà al romanzo un motivo in più d’attrazione e che conduce il lettore inevitabilmente sino alla parola fine. L’infanzia di Corradino è costellata da un padre-carogna, ribattezzato Videla (evidente il rimando al dittatore argentino), da amici cretini, da suoracce, dalla «terrificante bigotta» De Ropp, da un sacerdote, Don Gioele, succube della temuta De Ropp, dall’unica “perla” Cristina di cui è innamorato, ma che deve partire «sul Veneto», dove pare risiedesse un fidanzato, da una madre bevitrice di Tocai e birra Splugen, da una maestra che teneva in bocca un fastidiosissimo «nevvero» pronunciato ad ogni emissione di fiato. Infine, dall’amico Gianni, finito anch’egli anni dopo sotto la falce impietosa della “Signora in Nero”. Era il 1978. I Mondiali di calcio nell’Argentina di Jorge Rafael Videla, le scudisciate del padre, le angoscianti timidezze di Corradino, l’idea fissa sul mistero del vecchio Tobias Kestenholz. E poi il paesaggio affollato di personaggi che entrano ed escono dalla scena, descritti con tale dovizia di particolari da ritenere che l’autore si sia perso dietro di loro taccuino in mano ad annotarne gesti, tic, espressioni con ammirevole disciplina. Insomma, una sorta di cronista medievale senza le cui particolareggiate annotazioni non sapremmo nulla della vita quotidiana, della piccola storia, ordinaria quanto si vuole, ma illuminante per raggiungere la conoscenza evolutiva di una società.

Che dire? Pezzoli/Corradino è un piccolo Le Goff di provincia che annota il più insignificante batter d’ali di una mosca per darci poi il senso del tutto. Del resto, lo affermava R. La Capria, lo scrittore è testimone di un’epoca tanto più, aggiungiamo noi, se riesce ad interpretare anche le emozioni, i sentimenti, le atmosfere. E nel romanzo ci sono. Il ragazzo, come nei migliori romanzi di formazione, è chiamato ad intraprendere un “rito di passaggio”. La sua anima bella ci ricorda quella di Pellegrino Tyss (Ernst A. Hoffmann) e delle sue ipocondrie. Ebbene, se nel mondo di Corradino, per così dire domestico, c’era poco di cui rallegrarsi e “molto di crudele” – c’è un’esclamazione di Corradino emblematica allorché dice: «Quando smetterete di mentire ai bambini?» – fuori, all’esterno, si consumava la tragedia delle Brigate rosse e la fabbrica del Ruspazzi inquinava e la dittatura di Videla imperversava all’altro capo del mondo. Ora, ci chiediamo se la fanciullezza di Corradino sia ancora possibile ai giorni nostri, nell’era di Facebook o Twitter. Eppure, da quel ’78 sono trascorsi poco più di trent’anni. Ciò nonostante, la vita del giovane ci appare un’epoca giurassica dai modi di vita di un undicenne d’oggidì. Ci pare impossibile che in così breve tempo l’odierna quotidianità dei giovani abbia connotazioni prive di qualsivoglia punto di contatto con quel tempo. Forse, in qualche sperduta, appenninica cittadina del sud-Italia. Chissà. E’ difficile immaginare, oggi, un adolescente a scorazzare per campi di granturco, a reinventarsi storie fantastiche, a frequentare sagrestie, a frantumare uova d’uccelli nei nidi, a catturare api, ad inventariare insetti su bloc-notes, a leggere comunicati ciclostilati-in-proprio. L’universo di Corradino è un altro, quasi immaginario. Uscito più da un racconto di Ferenc Molnar con i suoi “Ragazzi della via Pal” che da “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”: storia della berlinese Christiane F., eroinomane a 13 anni, e della sua graduale discesa nei bassi più infimi della tossicodipendenza, alla stregua di molti giovani contemporanei. Ed è qui che si condensa la bellezza del romanzo di Nicola Pezzoli: l’effervescenza del suo ricordo fa in modo da porre due epoche a confronto, inducendoci a riflettere. E se da allora ad oggi esistono abissali distinzioni, ciò che al contrario sembra unirle è il senso di delusione che i ragazzi nutrono verso i padri per il poco amore che ne ricevono. Presi da se stessi, quelli, tentano di rimediare col concedere tutto. In realtà, è un niente che non rispetta l’essere umano che ambirebbe ad ottenere affetto anziché contentini ad azzittire l’urlo dei rimorsi. La sferzante ironia di Pezzoli, per bocca del suo personaggio, è figlia della mancanza di comprensione, interesse, partecipazione. Ma è anche figlia di modelli di debolezza: la debolezza degli adulti declinata e mostrata in tutte le salse. Corradino ha una sensibilità non comune: la stessa di molti suoi coetanei di oggi (e di sempre) ed è tale da metterlo in ginocchio davanti alla lapide di una certa “Lucia Marinetti” a lui totalmente sconosciuta. Ma il solo fatto che fosse morta in giovane età gli era bastato ad intenerirgli il cuore, a scoppiare in lacrime. Quante volte, a nostra insaputa, i nostri ragazzi si sono inginocchiati in lacrime nel silenzio delle loro stanze, considerandoci immeritevoli delle loro confessioni, finendo d’imboccare un bivio sbagliato?

Corradino è stato più fortunato. Ha incontrato lungo la strada Tobias Kestenholz, ovvero un vecchio saggio che lo ascolta, lo rincuora, lo consiglia, lo alleggerisce dei pesi dell’anima. Kestenholz per il giovane amico rappresenta un modello, una presenza, un porto, un ricovero in cui spariscono tutte le sue paure. Ci chiediamo, quanti esempi ci sono in giro a cui i tanti Corradino, oggi, potrebbero ispirarsi per proseguire la vita con maggiore serenità e fiducia?