L’Altro. 24/10/2009.

09 novembre, 2009

Una scrittrice racconta le torture. – di Davide Marino

Palace of e End solleva il velo… una scrittura magnificamente precisa… un pugno nello stomaco… semplicemente indimenticabile quanto volutamente straziante”. Così Los Angeles Times ha definito il libro di Judith Thompson (Edito da Neo Edizioni). Nata come pièce teatrale, “Palace of the End” si articola in tre monologhi che hanno come perno il conflitto in Iraq. Tre i personaggi, realmente esistiti, di cui Judith Thompson immagina sensazioni e punti di vista. A Lynndie England, soldatessa americana resa famosa dalle foto in cui sevizia prigionieri nel carcere di Abu Ghraib, e David Kelly, biologo inglese chiamato a dar prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, segue la storia di Nehrjas Al Saffarh, attivista irachena, moglie di un quadro del partito comunista oppositore del regime di Saddam.

La forza di “Palace of the End” risiede nella sua lucidità, nella sua semplicità, nella sua durezza. E’ un testo in cui la denuncia emerge spontaneamente. Un’urgenza che analizza e accusa tanto l’avamposto delle democrazie occidentali quanto l’avamposto della barbarie iracheno. E lo fa senza emettere giudizi ma usando le parole di chi di fatto subisce l’arroganza del potere, di ogni colore e nazione, di ogni etnia e religione. Né buoni né cattivi ma soltanto vittime. Un potere ora mediatico, ora militare, ora politico, al cospetto del quale il singolo resta schiacciato.

La Thompson, con stile crudo, intenso e preciso, dipinge come disumano tanto l’operato anglo-americano quanto quello iracheno. Il suo sguardo diventa una testimonianza vivida e un’esortazione a capire che le origini del male possono essere lontane dai luoghi in cui solitamente ci ostiniamo a cercarle.