“L’uomo che viaggiava con la peste” recensito su La Città di Teramo.

11 gennaio, 2013

La Neo Edizioni pubblica il romanzo “impressionante” di Vincent Devannes. Una storia a cavallo tra l’Europa nazista e il Sudamerica dei desaparecidosdi Alfredo Fiorani

Si doveva attendere una piccola casa editrice abruzzese, la Neo Edizioni, per leggere un libro intrigante e dalla prosa sofisticata per rifarci la bocca e riconciliarci con la lettura. Ci riferiamo al romanzo di Vincent Devannes: “L’uomo che viaggiava con la peste” (Neo Edizioni, pp. 192, 15 euro). E sì. Ormai, da tempo, i banchi delle librerie sono zeppi di romanzi di genere o pastoni alla Dan Brown o da gialli caserecci dalle smorte trame che scimmiottano, fatte le dovute eccezioni, i Simenon, le Christie, i Chandler e gli Hammett. Noi, italiani, che non siamo mai stati scrittori di gialli, noir o spy story, d’improvviso ci ritroviamo scrittori di ciò che fino all’altro ieri era considerato un genere letterario anglosassone, per lo più. Ma, è noto, le major di Segrate e dintorni fanno miracoli. Ciò che ci ha colpiti è che mai avremmo supposto che da un editore della provincia estrema (Castel di Sangro, in questo caso) uscisse un libro di qualità. Poiché il romanzo di Devannes lo è, nella bella e difficile traduzione di Camilla Diez. All’incirca trent’anni di storia sono confluiti nelle circa duecento pagine del libro. Non una storia qualunque, bensì la rivisitazione di un periodo nebuloso che ha legato l’Europa post bellica all’America del sud fino alle più ignobili compromissioni con i governi militari, che hanno generato migliaia di desaparecidos. Nell’altra America, quella del nord, i primi semi si posavano e germinavano negli animi di una generazione che avrebbe rispaiato le carte della società e della politica, culminando anni dopo con le note di “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan. Mentre, laggiù, in Argentina, il peronismo brigava con ogni mezzo per tenere a bada le spinte democratiche e socialiste che salivano ancora timidamente dal basso, e che più tardi sarebbero state represse implacabilmente dalla giunta militare del generale Pinochet. Nell’Argentina degli anni ’50 approda Albert Dallien, personaggio principale e voce narrante. Rifugiato politico, arrivato a Buenos Aires sulla nave Louis Lumiere, trova una nuova identità, abbandonando la più scomoda e fosca che lo aveva visto in Francia tra i collaboratori della Gestapo. Il «Cane di Chatellerault» (piccola cittadina nella regione Poitou-Charentes), così lo chiamavano, «che torturava mordendo fino al sangue», sbarca nel “nuovo mondo”. Allora, il governo argentino era prodigo nel concedere asilo politico ai nazisti in fuga dall’Europa: Eichmann, Mengele, Priebke, Altmann, Kutschmann, Ante Pavelic ecc.

La penna magistrale di Devannes ci tratteggia una Buenos Aires dal cuore di tenebra che palpita nei petti dei rifugiati in cerca di riscatto o di un futuro a cui affidarsi per rimuovere ricordi e segreti che azzannavano ancora le coscienze sporche di molti di loro. Dallien avrà modo di ricostruirsi una vita. Si barcamenerà con l’abilità del funambolo lungo i precari confini della legalità: intraprende l’attività medica, praticando aborti, pur vantando solo studi di farmacia interrotti, e finisce nelle maglie della prosperosa industria della droga, arricchendosi. Quella porzione di terra sudamericana è terra di tutti: zona franca di loschi bravi maneggiati come fantocci che si sforzano di dare un senso meno evanescente alla propria esistenza. Buenos Aires, città cosmopolita: crogiolo di polacchi, tedeschi, italiani, galiziani, francesi, spagnoli, ebrei. Ciascuno con le mani in pasta nel malaffare: perversione, corruzione, meretricio, delazione. Uomini avvolti da un’atmosfera di inquietudine per ciò che non hanno compiuto o che hanno compiuto quasi irragionevolmente. Adesso tutti cercano disperatamente di ridefinire i contorni della propria identità. Ciascuno adoperandosi come sa: gestori di “convertillos” (bordelli), trafficanti senza scrupoli, mercenari politici, informatori di potenze straniere, rivoluzionari d’ispirazione comunista. Un microcosmo che sembra racchiudersi nella “tanquedad”, ossia nel cercare l’essenza di ciò che è e si è. Una risonanza di fatti, di sentimenti, di memorie fa da sfondo al racconto e che la scrittura di Devannes ricrea con perizia. Gli innesti di similitudini e metafore danno consistenza ai personaggi, alle azioni, alle emozioni, conferendo all’insieme pause e accelerazioni utili per imprimere dinamicità e ritmo al quadro narrativo, come se la storia si dipanasse in un’enorme milonga in cui riecheggiano sonorità, rimpianti, arroganze, allegrie sulle note di un’interminabile cumparsita. Un solo esempio: «L’insoddisfazione – dice il protagonista – che sento da quando mi sveglio, come se ci dormissi insieme, si attenua dai Lurado. Uscito da casa loro, si risveglia come un arto anchilosato che ritrova il sangue».

Romanzo di contrasti, dunque: dai trasparenti stati d’animo alle realtà più brutali, da personaggi, come Helmut Gregor (alias il nazista Josef Mengele), a Che Guevara, dagli amori più teneri alle più triviali pulsioni sessuali, dalla ricerca della vita alle spinte omicide in un intreccio esemplare tra realtà e fantasia giocato all’interno e per l’intero racconto. La peste, allora cos’è, ci chiediamo? È la menzogna, il rimorso, l’insoddisfazione, il senso inaccessibile della vita? Oppure è il male? Ed inoltre, chi è il portatore della peste, l’appestato: il carnefice Gregor/Mengele o chi dinanzi al male capitola senza combattere, soverchiato dal proprio egoismo? Albert Dallien ha una sua tattica per non credere d’essere un appestato. Una menzogna recitata a se stesso alla stregua di un mantra. Glielo ricorda l’amico: «Ci si sminuisce – dice Helmut Gregor – per sminuire meglio le proprie responsabilità». Infine, se la peste incarna il male che ciascuno di noi cova dentro se stesso, ci tornano alla mente i versi di Bob Dylan: «Quante strade deve percorrere un uomo/prima che lo si possa chiamare uomo?». L’interrogativo è ancora, lì, insoluto.