“L’uomo che viaggiava con la peste” recensito su Il Centro.

09 gennaio, 2013

Esordio in grande stile del francese Devannes. Il romanzo rivelazione tra storia e misteri edito da Neo – di Barbara Di Gregorio

A voler giocare il gioco dei generi, gioco ormai fuori moda ma ancora funzionale a pubblicare e vendere libri, non si potrebbe incasellare “L’uomo che viaggiava con la peste” altro che nella categoria dei romanzi storici. Il che spiega bene quanto riduttivo sia il gioco in questione: l’esordio del francese Vincent Davennes, portato nelle librerie italiane dall’editore Neo, racconta la Storia attraverso uno sguardo tanto enigmatico da farla scivolare in secondo piano nonostante all’apparenza obiettivo.

Siamo nell’Argentina degli anni ’50 – ’60, protagonista del romanzo è un uomo francese (forse) che si fa chiamare Albert Dallien. Si fa chiamare: perché? Rilassatevi: se il libro fosse del genere domanda all’inizio – risposta alla fine lo avrei piazzato senza tema nella casella dei gialli. Colui che adesso si fa chiamare Dallien potrebbe avere le mani sporche di sangue ebreo fino al gomito, oppure, a sentir lui, voce narrante del libro, potrebbe essere la vittima designata di uno scambio di persona o di chissà quale intrigo: gli indizi sul suo passato sono impastati nel romanzo come canditi in un panettone, reggono la storia in piedi, di fatto, menando beatamente per il naso il fiducioso lettore abituato a vivere il romanzo come un cerchio che alla fine si chiude.

Niente da fare, Dallien non è quel genere di voce narrante; non racconta, vive, i suoi pensieri sono tutta azione, e lasciano pochissimo spazio al passato che chiaramente gli pesa sopra le spalle. Il presente del resto gli dà il suo bel da fare: accolto al porto di Buenos Aires da contatti che non sapremo mai come si è procurato, viene arruolato da un medico che gli insegna l’aborto e lo spedisce a lavorare al suo posto nei più infimi bordelli della città. S’innamora di una prostituita, lascia che la uccidano spaccandole la testa dentro un catino, sposa una donna e diventa l’amante di sua sorella, viene minacciato da un uomo che dice di conoscere il suo passato (lo conosce davvero?) e finisce a collaborare coi servizi segreti americani; fa l’infiltrato, investe in cocaina, si ritrova sulle tracce di Che Guevara, e poi al cospetto del suo cadavere bello come un cristo dipinto.

La sensazione finale non è di aver letto un romanzo, ma di aver cavalcato attraverso un pezzo di storia argentina alle calcagna di un personaggio che non ha fatto che darsi e negarsi. Ho letto in un’attenta recensione de L’uomo che viaggiava con la peste (sul forum PescePiratA.it) che si è tentati dall’inizio alla fine di innamorarsi del protagonista ma non ci si riesce mai fino in fondo. Infatti: i personaggi di cui ci s’innamora sono quelli che squadernando i propri pensieri più intimi (e infimi) riescono a insegnarci qualcosa riguardo a noi stessi; Dallien, invece, si limita ad approfittare di noi come un amante occasionale abilissimo ma sempre con l’aria noncurante ed estranea di chi preferirebbe starsene solo. Per quanto il romanzo richieda non poca attenzione, per quanto scarsamente gratificante sia cercare di capire dove sta andando, non si può fare a meno di pendere dalle sue labbra sempre in attesa che si lasci scappare qualcosa che ci aiuti a capire chi è veramente. Merito senz’altro di una scrittura affilatissima e lucida, ma anche del rigoroso progetto stilistico alla base di questo originalissimo libro.