L’INDICE dei Libri del Mese. Gennaio 2014.

07 febbraio, 2014

Madre spaventosadi Angelo Molica Franco

Il pittore Joan Mirò diceva: “Puoi guardare un quadro per una settimana e non pensarci mai più. Oppure guardarlo per un secondo e ricordarlo per tutta la vita”. Che lo leggiate in un pomeriggio d’un fiato, o lo beviate a piccoli sorsi in una settimana o un mese, Il sale di Jean-Baptiste Del Amo rimane un capolavoro. Un romanzo in cui l’attesa si fa corpo, e il corpo si fa parole. Le sue parole, quante parole, moltissime parole, e bellissime, ruvide, bagnate, stregano il lettore che non può non terminare la pagina. Del Amo sfida la lettura con la sua frase ricca, larga e seduttiva, e si adopera a sezionare, impastare, diluire il tempo letterario mirabilmente, come pochi.

Louise, una madre orgogliosa, distratta, illusa, ingiusta, innamorata e buona, semplicemente una madre (“Credo che questo faccia di me una madre spaventosa”; “Sono dell’idea che tutte le madri lo siano”), organizza una cena con i suoi figli ormai grandi e ormai distanti nel tempo: Fanny, Jonas, Albin. Il luogo è invece sempre lo stesso, poiché solo in quello strano universo-village chiamato Sète tutto questo può essere possibile. Sète e il suo mare governano e sfilacciano il tempo dei suoi abitanti fino a svigorire del tutto ogni resistenza, ogni speranza di libertà. Sète è la prima madre, la prima moglie, la prima esperienza con il senso di impotenza, la prima lezione di vita: ‘Questa città non cambierà mai’, pensò [Fanny]. Un senso di angoscia la strangolava”. Sète è la profondità storica di tutti i personaggi le cui azioni quotidiane si succedono senza consapevolezza, come agite da un’ansia spasmodica per il tempo che scivola, e che li attira a questa “cena-scena”. I gesti, i pensieri, i dispiaceri rintoccano di azioni passate, evocate con maestria dall’autore che fonde sapientemente récit e mémoire in un unico corpus affascinante. Ogni attimo dell’oggi è avviluppato, direi quasi avvinto, da un ricordo che invera via via il prezioso mosaico del garbuglio delle loro relazioni.

Ma questa cena non è che l’escamotage, l’autore infatti non ne parlerà e il romanzo finisce appena prima, davanti la porta di casa e davanti la porta non ancora chiusa – si chiuderà mai? – delle ferite dei personaggi. Il sale è, infatti, la storia della ferita, dello “strappo originale, che ogni personaggio porta dentro di sé – la madre Louise, i figli Fanny, Albin e Jonas, il padre Armand – e più si avvicinano alla casa, e più questa ferita brucia perché la casa patronale è sale sulla ferita non ancora rimarginata. È sale per Jonas, mortificato dal machismo del padre. È sale per Fanny, abbandonata dalla madre. È sale per Albin, che ha vissuto la sua vita a immagine e somiglianza del padre. È sale per Louise, che non verrà mai capita. È sale il ricordo del padre-padrone Armand, la cui gracile umanità rivelata in sottotesto non sarà sufficiente per essere riscattato.

Del Amo domina la sottile arte dell’affabulazione e lo fa incastonando in modo ponderato archetipi contrastanti: il machismo gretto di Armand e Albin con l’omosessualità intellettuale di Jonas, la maternità distratta di Louise con quella uccisa di Fanny. La terza parte del romanzo non a caso si intitola Isole uniche. Sono isole questi personaggi inarrivabili, non confinano tra di loro ma solo con il mare che il pescatore Armand ha deciso di portare dentro la sua casa. Eppure i sono accomunati, tutti, da questa ferita, da uno stesso guasto.