Liberazione. 13/06/2009.

15 giugno, 2009

In Italia la denuncia della scrittrice canadese. “Palace of the end”. Judith Thompson racconta Abu Ghraib – di Valerio Venturi

Gli americani hanno voltato pagina. L’era di George Bush jr. – votato comunque per due volte prima di uscire di scena tra le pernacchie – è alle spalle. Ma qualche porta rimane aperta. Sanguinante. Lo dimostrano le recenti dichiarazioni dei giornalisti del The Guardian che hanno visionato le inquietanti foto non pubblicate da Abu Ghraib, carcere degli orrori; lo dimostra la realtà di un Paese, l’Iraq, per nulla pacificato e democratizzato. Anzi. E’ allora ancora attuale, purtroppo, il testo Palace of the End di Judith Thompson. L’autrice canadese, misteriosamente sconosciuta in Italia quanto apprezzata all’estero – è docente universitaria in Ontario, ha vinto numerosi premi per la drammaturgia, ha ricevuto eccellenti critiche dai media americani – si può leggere ora anche da noi grazie alla lungimiranza della piccola casa Neo Edizioni, che ha pubblicato per l’appunto Palace of the end (pp. 144, euro 11,00): si tratta di un’opera pensata per il teatro che si articola in tre monologhi pieni di pathos. Parlano personaggi realmente esistiti, pedine più o meno conosciute ma importanti della inquietante storia degli ultimi anni.

C’è Lynndie England, la soldatessa americana con la faccia da castoro resa famosa dalle foto in cui sevizia prigionieri di Abu Ghraib sorridente: era in attesa di un figlio nel momento dei turpi massacri fatti in compagnia del ragazzo e dei commilitoni. Evidentemente per lei applicare elettrodi ai testicoli di uno sconosciuto ed ospitare nel ventre l’inizio di una vita non sono cose in contraddizione.

C’è il biologo inglese David Kelly, chiamato a dar prova dell’esistenza delle famigerate armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, suicida(to) e pieno di vergogna.

C’è la storia meno nota di Nehrjas al Saffarh, attivista irachena moglie di un importante membro del Partito Comunista oppositore del regime di Saddam, torturata e stuprata insieme ai figli di otto e quindici anni dalle milizie di riciclati che avrebbero dovuto garantire il passaggio dalla dittatura alla democrazia, nella fase di interregno mai conclusa sotto la regia dello zio Sam.

In tutti i casi, si tratta di vicende di sconfitti, di vittime di ingranaggi più grandi di loro e profondamente ingiusti, violenti, inumani: le parole volgari e sgrammaticate di Lynndie England la presentano come una inutile idiota priva di empatia, una donnetta intrisa di retorica militarista e patriottica, vuota del resto. Che fine avrà fatto? …Di David Kelly parla la coscienza sporca e piangente: la sua anima vola, mentre Blair fa comizi strapagati in giro per il mondo.

Il terzo monologo è quello di Nehrjas al Saffarh, che nella sua rudezza espressiva arriva a commuovere. Può la madre di un Paese liberato, in via di “importazione democratica”, vedere il suo bambino di otto anni pestato a morte da adulti senza che abbia colpe? Possono finire nel “posto della fine” delle persone oneste solo per soddisfare vendette private di mentecatti, o per la paranoia anticomunista che vuole ogni “rosso” nemico della democrazia, qui e altrove, a discapito dei racconti della Storia, complessa e non bignamizzabile in out-out?

La morale della favola di Palace of the End è che negli anni post 11 settembre non c’è stata morale: gli abbagli avidi di certi leader politici, sostenuti da popolazioni scientemente atterrite, afone, sovraeccitate, hanno prodotto solo mostruosità. Forse un Giuliano Ferrara con l’elmetto dissentirebbe ponendo distinguo, ma in Canada e negli Usa, anche incensando questo testo della Thompson, dimostrano di non avere timore a recitare un mea culpa collettivo e a voce alta.

Consola pensare che dopo gli “end” parte un nuovo film. Il trittico di Judith Thompson, tradotto egregiamente da Raffaella Antonelli, impegnata in un difficile lavoro di traduzione sul testo originale, serve allora come fotografia di un inquietante “è stato” (appena ieri). Oggi il tema è la crisi economica. Ma questo testo rimane un “pugno nello stomaco” salutare, secondo il Los Angeles Times . Per noi è un invito a non dimenticare crudo e scarno. Utile. Perchè la storia insegna. Oppure no?