Intervista a Gianni Tetti su “Periodico Italiano” del 09/04/2010

13 aprile, 2010

“I cani là fuori”, un romanzo denso di atmosfere che ripercorrono le umane inquietudini e i legami delle convenzioni socialiche, in una società disumanizzata che rende l’uomo animale silenzioso – di Dario De Cristofaro

Ha esordito con una raccolta di racconti dal titolo “I cani là fuori” (Neo Edizioni, 2009), ottenendo un successo di critica niente male. Attraverso una scrittura cinica, dura, a tratti spietata come le diverse realtà che descrive nelle sue storie, è riuscito a creare un microcosmo spaventoso di individui al limite dell’umanità. È il giovane e promettente scrittore Gianni Tetti, direttamente da Sassari, sua città d’origine nonché palcoscenico privilegiato dei suoi undici racconti. Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda per conoscere meglio lui e il suo libro d’esordio.

E in principio furono i cani. È particolarmente interessante, infatti, il riferimento costante e ripetuto che fai a questo mammifero nell’intera raccolta di racconti, cominciando proprio dal titolo, Perché proprio un animale come il cane?


Devo premettere che il titolo della raccolta non è quello originario. Inizialmente avevo scelto “Certi ululati’. Poi l’editore mi ha manifestato la sua perplessità a riguardo, così, dopo qualche mese siamo arrivati a “I cani là fuori”. Il titolo è preso direttamente da una frase del libro.
All’inizio scrivevo le storie senza pensare alla figura del cane in senso simbolico. Semplicemente mi piaceva che ci fossero cani che scodinzolano in mezzo al racconto, anche senza incidere veramente sulla storia. Mi sono accorto solo in seguito che in ogni racconto c’era un cane. Allora ho continuato, popolando di cani anche i racconti seguenti. E alla fine mi sono reso conto che i cani non stavano lì per caso: i miei personaggi in un certo senso sono cani, o lupi, prede o predatori, e abbaiano, ululano o semplicemente fanno le cose esclusivamente in base ad un istinto che neppure riescono a capire.
I cani sono quindi il parallelo dell’uomo. Un uomo che non ha il libero arbitrio, che non sceglie e non sa scegliere. Il problema è che questi uomini cani non hanno un padrone che possono riconoscere. Le convenzioni sociali sono il vero padrone. La nostra società disumanizzata che ci vuole tutti animali silenziosi. Questa è la mia visione del mondo.

Parliamo, dunque, di un’umanità cinica e completamente allo sbando. Da dove trai, quindi, ispirazione per creare personaggi come Aureliano, il Geometra Pinna o il temibile Ziga?


La realtà è la mia principale fonte di ispirazione. È certo che personaggi come Aureliano li trovi solo in un libro o in un film, e infatti direi che se ci soffermiamo solo su Aureliano la mia principale fonte di ispirazione è stata Clint Eastwood, davvero un uomo dagli occhi di ghiaccio.
Il geometra Pinna è il mostro che si nasconde dietro la mediocrità, dietra il quotidiano, dietro l’anonimato. E ti svelo un particolare curioso, mentre scrivevo gli ho dato la faccia di Antonio Albanese, il comico.
In generale i personaggi sono piccole parti di me, appiccicate a piccole parti di altre persone, appiccicate a sguardi rubati a caso per strada, appiccicati a brutti pensieri appiccicati a sogni di merda, appiccicati a ricordi di infanzia, appiccicati a un sacco di altre cose, appiccicate a bugie, perché poi alla fine tutto quello che lo scrittore deve fare è inventarsi un sacco di storie non vere, partendo da quello che gli pare, qualsiasi spunto, proprio qualsiasi, anche una mezza faccia vista di sbieco su un treno.
Raccolgo sensazioni nell’aria della città e ci costruisco personaggi. E alla fine vengono fuori questi tipi che comunque sono esseri umani verosimili, persone che potresti incontrare ovunque. C’è solo un piccolo scarto di follia che li distingue, per un piccolo momento della loro vita insignificante. E questo alla fine succede a tutti, ma proprio a tutti. Non sempre però finisce come nelle mie storie.

Leggendo per intero la raccolta, ho avuto la sensazione che tutto si svolgesse all’interno di un unico palcoscenico e che i singoli protagonisti, figure centrali nella propria storia, diventassero, in realtà, personaggi corali negli altri episodi. Solo una mia suggestione o c’è davvero una volontà di strutturare gli avvenimenti narrati secondo un preciso ordine, q uasi si trattasse di una tragedia comune?


Non è solo una tua suggestione. È proprio quello che volevo fare, è proprio il libro che ho scritto.
Mentre scrivevo le prime storie non pensavo di collegarle l’una con l’altra. Poi mi sono reso conto che quasi naturalmente avevano delle cose in comune. Quindi nei racconti seguenti sono stato più attento a questo aspetto. Alla fine ho ripreso l’intero libro come se ogni racconto fosse il capitolo di un’unica storia collettiva, e ho rivisto tutto in questo senso. Una sorta di romanzo polifonico dove tanti personaggi diversi si muovono nello stesso ambiente, hanno le stesse speranze, vivono esperienze simili, si incrociano, si guardano magari distrattamente o si ignorano del tutto non sapendo l’uno dell’altro. Allo stesso tempo, volevo fare in modo che ogni racconto fosse perfettamente fruibile senza considerare gli altri.
Insomma, le singole storie hanno una loro trama indipendente, iniziano e finiscono, si compiono perfettamente nello spazio del racconto. In quel caso si leggeranno tante storie diverse. Storie nere. Dove succedono un sacco di cose.
Il libro è ambientato nella stessa città, che è una versione un po’ incasinata della mia città natale, Sassari. Quasi tutto. Il primo e l’ultimo racconto sono invece ambientati in paesi Vicini (non a caso), la cui geografia reale è sempre filtrata dai miei ricordi. Di sicuro ogni personaggio che abita questa città che ho in testa, si muove là in mezzo e prova a fare qualcosa, si fa mangiare dalle paranoie, è spaventato e si guarda attorno. E poi, oltre ai cani, ritornano spesso anche gli stessi oggetti, le stesse automobili, il supermercato. Adoro il supermercato. Ma odio fare la spesa.

Credo sia indispensabile, a questo punto, una domanda sul tuo stile, sul tuo modo di scrivere. A tratti ho creduto di trovato nei tuoi racconti, nei vari personaggi, il sarcasmo e la schiettezza di Douglas Coupland e di Chuck Palahniuk, se non addirittura la slealtà e la cattiveria dei film di Quentin Tarantino. Ancora suggestione personale o c’è del vero? E chi altri, ritieni, possa aver influenzato il tuo stile, la tua visione del mondo narrativo?


Ti confesso che di Coupland non ho mai letto nulla. Tarantino mi piace, ma penso che piaccia a tutti quelli della mia generazione. Per cui non mi sento influenzato da lui nello stile o nella costruzione delle storie, ma di sicuro sono influenzato da lui nel senso che la cultura della mia generazione passa anche attraverso i film di Tarantino. Stesso discorso vale per Palahniuk.
Nello stile la mia principale ispirazione è la necessità di aderenza alla realtà. Ho cercato di non scrivere neppure una parola che di solito non uso anche mentre parlo. Volevo essere diretto. Poi la velocità della televisione, il montaggio dei video clip, i silenzi che ci sono in certi miei ricordi, le mezze parole che si usano nei dialoghi di tutti i giorni. Questo mi ha influenzato molto. Ma anche in questo caso si tratta di influenza indiretta, non l’ho cercata, è arrivata perché il mio mondo è questo e tutto ciò che fa parte del mondo mi influenza. Se vuoi che ti faccia il nome di uno scrittore che credo possa avermi influenzato in qualche modo, te lo faccio: Kurt Vonnegut. Se vuoi te ne faccio anche un altro: Leonardo Sciascia. Non so se c’è molto di loro nel mio libro. Li rispetto troppo.

Per concludere, mi sposto dai racconti a Gianni Tetti scrittore. Dopo questo brillante esordio, che cosa hai in progetto di scrivere?


Ho in progetto di scrivere qualcosa di nuovo. Mi hanno chiesto un romanzo, e lo scriverò. Una storia di uomini e donne, padri e figli. Di sangue sulla neve. E facce uscite dalla nebbia. Ma senza fuochi d’artificio o effetti speciali. Solo uomini e donne, padri, madri e figli. Gente che va da qualche parte. il resto non lo so.

(“I cani là fuori”, Gianni Tetti, Neo Edizioni, 12 euro, 200 pagine)