Il Roma. 22/04/2010.

29 aprile, 2010

I racconti di umanità derelitta – di Marco Catizone

Fango. Una fanghiglia permeante, una poltiglia informe ad avvolgere uomini nudi come bestie, il muso al cielo, ad abbaiare alla luna. Homohominilupus ripetuto allo spasmo, allo stremo di forze beluine che s’agitano nel profondo, pulsioni irredente, irridenti; l’umano sapere ridotto ad orrido pasto di bestialità discoperte, oppure malcelate. I cani là fuori, e ti par di sentirli. I cani là fuori, e l’adrenalina scorre alla gola.

“I cani là fuori” (Neo Edizioni), piccolo scrigno di racconti scheggiati, umanità derelitta, cupa e dissolta: Gianni Tetti percorre il budello capovolto dell’inferno con sicura baldanza, trascinando chi s’accosta al limine, tracimando in gorghi letterari dall’impatto immediato e visuale. Il libro sarà presentato oggi da chi scrive alle 19, presso la libreria Librido in via San Sebastiano 39.

Fosse americano, scomoderemmo J. R. Lansdale, umori sospesi in nubi di puro horror-similsplatter: di sicuro Tetti è sulle orme di Ammaniti, se ne respira l’incedere primitivo, primigenio; solo che il suo grunge metropolitano si scontra con lo spirito della Barbagia, brullo e scosceso, di Tetti. Il suo passo letterario pesca nel torbido periferico dell’animo umano in cui sangue, escrementi e polvere catabolizzano, disgregando l’io caritatevole, empatico, dell’esser uomo, mutandone segno in gelida e siderale distanza: le figure del suo teatrino delle comiche sono dei burattini cannibali dai fili recisi, s’affastellano in vite sfilacciate, frattaglie animalesche, vis purulenta che diviene letargia d’animo per uomini ormai lupi.

Prede e cacciatori, cani senza branco, perché le ombre di Tetti sono raminghe, perdute nella foresta. Nessun conforto, per quanto bestiale, solo il crudo cinismo di egotistiche stilettate al cuore d’una socialità coatta ed imposta. Il carrello scorre in sequenza, l’effetto vertigo stranizza, disgusta, distorce: la mattanza letteraria è compiuta, l’io narrante si disgrega, garrotato a dovere, disperde sé stesso per ritrovar equilibrio. E il peso del conto narrativo grava sulle spalle d’un autore poco meno che trentenne, l’afflato stilistico s’accosta ad una sceneggiatura di Sorrentino, l’occhio del lettore diviene quello d’una macchina da presa: coglie l’attimo, il particolare, pur non disperdendo il fil rouge del tessuto, della trama a raggiera. Uomini come imperatori d’un regno decadente, che sono invisibili come l’odore dell’acqua. Un dolore sordo per cui non c’è medicina, solo certi ululati: forse consapevoli che il momento giusto arriva, preciso e netto, come cade una lama su coda di lucertola. E che domani è un altro pallido giorno, e per il resto niente. Ma anche il niente può assurgere al pantheon della grande letteratura.

versione on-line