Il Centro segue Riccardo Finelli per il suo “Coi binari fra le nuvole” – L’arrivo

16 ottobre, 2012

Lo scrittore e la ferrovia che passa fra le nuvole – di Annalisa Civitareale

Le storie raccolte da Riccardo Finelli camminando lungo la Sulmona-Carpinone diventeranno un libro.

Un viaggio, come una storia, spesso è fatto di dettagli «Forse perché il viaggio è un po’ metafora della vita e mi piace pensare che proprio il viaggio sia stato un pretesto per qualcos’altro». Per raccontare persone, luoghi: altre storie. Parliamo con Riccardo Finelli, il giornalista e scrittore emiliano che ha da poco concluso la sua ”traversata” sulla linea Sulmona-Carpìnone, forse una delle tratte ferroviarie più belle d’Italia, sicuramente una delle più antiche, visto che il suo primo tratto venne realizzato nel 1892, e ormai destinata alla chiusura.

Un percorso di 120 chilometri in quattro tappe (Sulmona-Campo di Giove; Campo di Giove-Alfedena; Alfedena-Cerreto; Cerreto-Carpinone) traversina dopo traversina, «per andare a sentire cosa la vecchia ferrovia ha ancora da raccontare». E quello che la vecchia ferrovia a cavallo tra l’Appennino Abruzzese e Molisano gli ha rivelato lo leggeremo in “Coi binari fra le nuvole”, il libro che pubblicherà, a fine giugno, con la Neo Edizioni di Castel di Sangro. «Quando Riccardo ci ha contattati per proporci questo progetto», spiega Francesco Coscioni della Neo «abbiamo trovato una storia in sintonia con la nostra vocazione editoriale e con la nostra idea, un po’ in controtendenza, che le cose importanti non accadano solo nei grpndi centri, ma possano accadere anche qui».

Parliamo con Riccardo mentre, da Campo di Giove, può ancora vedere davanti a sé alcuni dei chilometri di quella strada ferrata che ha attraversato. «Sono arrivato, ma nell’ultimo chilometro i sassi della massicciata erano carboni ardenti e ad ogni passo trattenevamo il respiro», esordisce. «II concetto di ”tenere duro” per me ha un nuovo benchmark da oggi. Quando siamo arrivati ho pianto». Usa il plurale e non a caso. «Non ho mai camminato da solo». Con lui c’erano l’amico Stefano Cipriani, il suocero Emanuele Donatelli, ma anche i tanti che virtualmente hanno seguito la sua avventura sulla pagina Facebook “coibinarifralenuvole”. Passo dopo passo, pietra dopo pietra, «imparando anche a camminare e a tenersi in equilibrio sulle traversine» la ferrovia con la seconda stazione ferroviaria più alta (Rivisondoli, a 1268 metri di altitudine) «improvvisamente si è messa a parlare. Un pezzo di coke uscito da chissà quale caldaia, l’odore dell’impregnate sulle traverse di legno: tutto racconta di altri treni e altri uomini». E capisci che una grande storia passa anche attraverso piccoli dettagli, come quei semafori ancora accesi in alcuni punti della linea, che hanno per lui il sapore della beffa, o come quella «desueta luce alla francese accesa nella stazione abbandonata di Campo di Giove».

«Erano le otto e mezza di sera», riprende lo scrittore «e alla stazione c’era una donna che aspettava noi, era lleana Schipani, il sindaco di Scontrone: ci ha accolti la sera, ci ha dato il buongiorno la mattina, prima di riprendere il cammino sotto la pioggia, verso monte Pagano, ma con la compagnia dei panini alla salsiccia che ci aveva preparato». Per restare nei dettagli che poi fanno l’uomo. Come un dettaglio affatto poco trascurabile è la storia di Claudio Paolucci 80 anni e una vita sui treni «Lo abbiamo incontrato a Carovilli», continua Riccardo, «ma non c’è ferroviere, macchinista con cui abbia parlato che non conosca la sua storia: sulla tratta Carpinone-Sulmona viaggiava quando lavorava come falegname a Castel di-Sangro, e ha continuato a farlo anche dopo. Negli ultimi vent’anni ha viaggiato ogni giorno sulla tratta Carovilli-Sulmona, semplicemente perché innamorato di quella ferrovia». Lo ha fatto fino a dicembre 2011 quando è passata l’ultima corsa ordinaria. Molto lontani dai tempi in cui il «ventre umido nella galleria che attraverso Pettorano accoglieva il passaggio di treni merci, a passo d’uomo, stipati di pecore che slittavano in curva», come Riccardo annota in uno dei suoi post su Fb. Si aspettava molto da questo viaggio e la Sulmona-Carpinone non lo ha deluso: «Ho incontrato e raccolto storie di una ferrovia western, in cui poteva capitare, come è capitato, di scontrarsi con un cervo che piantava le sue corna sul portale anteriore della macchina, o addirittura, di essere travolti da una Valanga».

Finelli si augura che il suo libro «a suo modo serva alla causa» della ferrovia. A lui quella causa ha consegnato lo spirito di un angolo remoto di “Appennino-schiena d’asino su cui si regge l’Italia, partendo da San Sepolcro e arrivando fino a Catanzaro. Non so quanto possa essere attuale» aggiunge, «ma per me questa ferrovia è figlia di quell’idea». E della sua gente. Ed è dalla gente che bisogna ripartire, anche in questa storia: «Se questi luoghi contano oggi una popolazione che è un terzo di quello di cinquant’anni fa vorrà dire qualcosa: se si vuole ricostruire, bisogna partire da Iì». E ricominciare velocemente a girare le pagine di una quotidianità ferma, «come quel calendario, in una vecchia casa cantoniera, fermo al novembre 91, con registri d’esercizio, integratori salini, piatti ancora da lavare e il poster di Napoli campione».