“I cani là fuori” recensito da Giuseppina Stanzione su Pink Magazine

12 giugno, 2017

I cani là fuori – di Giuseppina Stanzione

Quando vado in libreria o bazzico per i rivenditori on-li- ne spesso mi ritrovo di fronte a un bivio: raccolta di racconti o romanzi? Un po’ come quando vai in pasticceria e non sai se scegliere il vassoio con le paste o una torta al cioccolato. Entrambi appetitosi. Entrambi desiderabili.

Stavolta ho scelto i cioccolatini. I cani là fuori di Gianni Tetti.

Non è la mia prima raccolta. Di sicuro è la prima i cui personaggi faccio fatica a dimenticare. Se il titolo mi aveva lasciato presagire che forse nel testo si sarebbe parlato di tutto tranne che dei pelosetti, se l’esergo – un estratto dal dizionario della parola cane – mi aveva lasciato intuire che ciò a cui sarei andata in contro sarebbe stata la varietà umana a cui si riferiva il punto due delle eccezioni del vocabolo, i personaggi che man mano hanno sfilato davanti ai miei occhi non han- no più dato adito a dubbi. Quello a cui stavo per assistere non era altro che lo spiegamento di un manipolo di pazzoidi pro- posti in tutta la loro viscidità e ferocia, in tutta la loro spregevole natura.

È difficile dimenticare gli undici psicopatici dei racconti: undici assassini pieni di fisime il cui unico scopo è liberarsi di qualcuno. Sono i veri cani per l’appunto: veri e propri killer tra cui spicca un’unica cagna… non che le altre donne che compaiono sullo sfondo siano delle sante.

Tutte le vicende si svolgono in una Sardegna brutale tan- to atavica quanto attuale nei cui caratteri si individuano facilmente quelli dell’umanità stessa sia essa dell’Italia o di qualsiasi altro paese. Una umanità presentataci dal punto di vista del protagonista che, parlando in prima persona, sciorina le sue opinabili idee, talvolta in modo sarcastico, mostrandoci attraverso i suoi pensieri il finale sorprendente.

E così, nel primo racconto incontriamo Aureliano – un mercenario pagato per uccidere un uomo coinvolto nella vicenda dei desaparecidos – che, quasi a chiudere un cerchio, si collega per un particolare al protagonista dell’ultimo racconto il quale, durante la sua corsetta mattutina, ripassa a mente ciò che farà il giorno dopo per portare a termine la sua missione omicida. Questi due uomini sembrano discostarsi da- gli altri perché sono gli unici che compiono gli omicidi per fini pratici: il mero tornaconto economico. Nel mezzo incontriamo diversi personaggi, tutti spinti dalle più svariate motivazioni ad attuare l’assassinio: amore, gelosia, insoddisfazione, abusi. In ogni storia non manca mai la figura di un cane, il pelosetto, che – a esclusione di uno – sembra quasi essere stato messo lì dall’autore in opposizione ai veri cani, gli umani.

Tutti sono presentati nella loro accezione più negativa, uomini e donne, nessuno escluso. Tutti commettono il loro delitto tranne due. Mi riferisco a Sono invisibile e Certi ululati: nel primo un ragazzo, adottato da due musicisti, diventa così bravo a nascondersi per poter sfuggire alla furia del padre da vivere nelle condutture dell’università. Si invaghisce di una donna, che spia di nascosto, e nel suo modo di fare e pensare lascia presagire che prima o poi la ucciderà. Nel secondo, invece, un uomo paranoico e insoddisfatto del suo matrimonio parla col suo Dobermann, Vito, e si sollazza di notte in un giardino con una prostituta colombiana immaginando si tratti dell’inquilina spagnola che vive al piano di sopra. Al rientro di una di queste notti, l’ignara moglie vedendolo pallido lo rimprovera per non essersi coperto e mentre lui si fa l’aerosol, lei – infastidita dai continui abbai – prova a colpire Vito con una scopa finendo però sbranata tra l’indifferenza del marito che intanto, per non sentirla implorare aiuto, si era acceso pure la radio con La notte di Adamo. Alla fine di ogni storia ci sono dei brevi brani con figure che spesso ricordano alcune comparse dei racconti come Gianfranco il barista in Aureliano o Barore, uno dei suoi avventori. Toni cupi, personaggi vividi e violenti resi tali da una scrittura fluida, rapida, fatta di frasi concise e di- rette, di regionalismi (“Il giorno dopo ci siamo messi a giocare a ballocci. Tutti mi invidiavano una biglia nera e rossa che avevo vinto a Massimino e non usavo mai per paura di perderla. Se ti zembano, perdi la biglia, funzionano così i ballocci”). Credenze sarde (“Non c’è nessuno in giro, solo la Mamma del Sole. La Mamma del Sole gira e se ti becca non so cosa ti fa ma è una cosa brutta”) e luoghi comuni che ti immergono in un mondo caldo e afoso fatto di uomini e donne irriverenti preda delle proprie ossessioni. Uno stile così solido che anche il più insignificante dei personaggi resta impresso nella memoria come una fotografia. Un’analisi cruda delle manie più recondite che ben si sintetizza nelle parole della canzone di Adamo “La notte tantantantan tutu tan mi fai impaziiiiiiiiiii- ir, mi fai impazzir”.

link a Pink Magazine di Giugno 2017