GRANDE NUDO su ROLLING STONE di Dicembre, recensito da Mario Bonaldi.

19 dicembre, 2016

Scrivere un grande (leggi: lunghissimo) romanzo italiano: un peccato che ormai si perdona soltanto ad autori come Piperno o Albinati. Meno male che ci sono case editrici indipendenti che

eroicamente sfidano i costi di carta, stampa (e altre dolorose faccende pratiche, che i lettori spesso ignorano) per pubblicare ancora opere strane, disturbanti, irregolari. È il caso di Grande nudo di Gianni Tetti.

In una Sardegna post-umana, segnata da carestie e nubi tossiche, il razzismo dilaga e il terrorismo continua a negare ogni speranza ai superstiti. Non dovrebbe esserci possibilità di salvezza, non fosse per una donna, Maria, il cui nome è arrivato nel vento. E per un uomo, un pescatore che guida un’impensabile, rognosa riscossa.

L’aspetto più interessante di Grande nudo è come questa specie di Mad Max mediterraneo, per quanto trasfigurato e immaginifico, assomigli già moltissimo all’Italia di oggi (ma vale anche per Francia, Russia o Stati Uniti): il Paese rabbioso, fomentato dalle bacheche di social network, che a Goro è capace di respingere una manciata di donne in cerca di accoglienza. Un romanzo neo-espressionista che ricorda i distorti, allucinati dipinti di Otto Dix nati nella inquieta e livorosa Germania di Weimar: sappiamo tutti benissimo poi come è andata a finire.