Giulia Gabriele recensisce “L’uomo che viaggiava con la peste” su Leggere: tutti.

07 ottobre, 2013

L’uomo che viaggiava con la peste – di Giulia Gabriele

« Se passo davanti a uno specchio, non ho alcun ricordo di colui che ha utilizzato quel viso prima di me. Un giovane che veniva dall’altra parte dell’oceano, a quanto pare ». “Un giovane” sbarcato nel 1950 dalla Francia in Argentina, dove continuerà – intanto che scorrono gli anni e la Storia – a vivere la sua esistenza in maschera, di ombra mai troppo simile al corpo che la riproduce sui muri scrostati e sulle vie polverose di un’Argentina intrappolata, bugiarda, infettata dai criminali di guerra europei e dalle dittature autoctone. Un’esistenza al centro della Storia ma mediocre, insonnolita da gravidanze e amori interrotti, interpretata con l’identità di Albert Dallien: medico per necessità di copione, attore per vocazione. Un abile teatrante di se stesso.

L’uomo che viaggiava con la peste del francese Vincent Devannes (NEO Edizioni, trad. Camilla Diez, pp. 189, € 15,00) è un romanzo inevitabile, che porta con sé pagine meravigliose (come la 126, ad esempio) e che si fregia di una traduzione bella, appagante e sincera, naturalmente capace di far intravedere la mano francese dello scrittore e al contempo non infrangere l’atmosfera sudamericana che dolcemente permea il racconto. Il protagonista – scappato dalla natia Francia per un crimine che rimane un mistero – ci guida lungo trent’anni di vicende argentine durante i quali incontra maschere affini alla sua. Identità in fuga (non per forza e non solo da un continente all’altro) che si riveleranno poi non meno terribili, meste e sconsolate delle primigenie.

Secondo tale premessa, la peste (citata nel titolo ma non resa esplicita nel testo) potrebbe rappresentare un male interiore che, a seconda di chi sia l’untore, assume di volta in volta forme diverse: menzogne, rimpianti, apatia, violenza. E che gli appartenga o meno, Albert Dallien vi è in ogni caso avvezzo perché l’Argentina è traboccante dei suoi bubboni, delle sue febbri laceranti. Allora la peste è, forse, la vera protagonista della narrazione tanto da apparire persino durante le ultime battute, le ultime esalazioni di una storia brillante e dolorosa. Umana e disumana. Che convive intimamente con i sinonimi e i contrari della vita. Dell’Argentina e dell’Europa. Di Albert Dallien, dell’uomo che fu in patria e di quello che non sarebbe mai stato.