Gianni Tetti intervistato da Roberto Sanna su “La Nuova Sardegna”

10 aprile, 2017

«Con “Grande nudo” porto al Premio Strega la rabbia di quest’isola»

Lo scrittore sassarese racconta il percorso del suo libro «Ai danzatori delle stelle di Atzeni ormai hanno tolto tutto»

Cinque persone si ritrovano, ognuna, a un bivio importante della propria storia personale e sono chiamate a fare delle scelte difficili. E proprio in quella circostanza scoppia una guerra, che li pone davanti a un’ulteriore scelta: accettare la guerra e quindi combattere, oppure scappare. La loro grande avventura è il nucleo di “Grande nudo”, il romanzo di Gianni Tetti edito da Neo che è stato inserito nella prima selezione di ventisette opere che concorrerà al Premio Strega. Tra poco più di una settimana, il 20 aprile, la giuria effettuerà una prima scrematura che ridurrà a quindici i libri in concorso ma per lo scrittore sassarese, giunto appena al terzo libro, è già un primo bollino di qualità: «Se me lo aspettavo? Sapevo già dalla fine dello scorso anno che la Neo aveva intenzione di propormi allo Strega – racconta -. Ero già consapevole, confortato anche dai miei editor, di aver compiuto un passo avanti dal punto di vista della scrittura, ma il fatto di essere presentato a una competizione così importante e così in vista un po’ mi spaventava. A fine gennaio era già filtrata qualche indiscrezione, poi la conferma praticamente in diretta durante una presentazione a Osilo con Emiliano Longobardi, il titolare della Libreria Azuni di Sassari, che mi ha fatto uno scherzo riprendendomi in diretta Facebook mentre mi dava la notizia».

E dopo l’emozione della notizia come si sente ad affrontare questo viaggio così importante?

«Sicuramente per me è un grande onore, su diversi fronti. Intanto perché mi confronto con i migliori scrittori italiani del momento. Poi perché il mio nome entra in una rosa ristretta di autori sardi che per me sono sempre stati un punto di riferimento e che adoravo seguire e frequentare, come Marcello Fois e Alberto Capitta. Detto tutto questo, per carattere guardo anche in maniera utilitaristica alle cose: so che ormai per quanto riguarda il Premio Strega niente è più nelle mie mani, quindi spero che tutto questo serva comunque ad allungare un po’ la vita di “Grande Nudo” sugli scaffali».

Parliamo proprio del libro: si tratta di un romanzo molto corposo di oltre settecento pagine, come è nato?

«L’ho cominciato sei anni fa durante una lunga pausa nel corso della stesura di “Mette pioggia”, libro che ha avuto una gestazione un po’ complessa. Ho scritto tanto, quanto mai in vita mia, e non tutto è entrato in “Grande nudo”, addirittura una parte di tutto quel lavoro andrà a confluire prossimamente in un racconto di fantascienza. Non credo tanto nell’ispirazione, piuttosto penso di essere entrato in una sorta di stato di grazia e quando ho finito di scrivere il libro era “quello”. Il bello di “Grande nudo”, così, è che non si perde in disgressioni o svolazzi, riflessioni, concetti di difficile comprensione: è una storia dall’inizio alla fine».

È stato difficile, con tutto quel materiale, arrivare al libro vero e proprio?

«Io parto sempre dal presupposto che una storia più è semplice più riesce ad appassionare. Quando mi sono accorto della quantità di quello che avevo prodotto ho cominciato a dare una struttura, ho messo dei paletti con un unico obiettivo: incollare il lettore alla storia. L’ho pensato cinematograficamente, ragionando per immagini. Alla fine è venuta fuori una serie in cinque stagioni: “Grande nudo” è diviso in cinque parti, ci sono personaggi che entrano, escono, muoiono, poi si arriva al finale e tutto si ritrova e si collega a quello che è stato l’inizio».

Che storia racconta con “Grande nudo”?

«L’idea è quella di parlare di noi, del popolo sardo inteso in senso letterario. Volevo riesumare i danzatori delle stelle di Sergio Atzeni, un altro scrittore che per me è sempre stato un punto di riferimento, così sono andato a vedere di persona quei posti e mi sono reso conto che sono brutti. Sono entrato nella realtà, ho visto gente oppressa dalle servitù militari che regalano una falsa felicità, una sicurezza alla quale qualcuno finge di credere ma vuole solo tirare a campare. Ci sono terre inquinate, basi militari fabbriche. Ai danzatori hanno tolto la terra e lo spazio, hanno malattie gravi, non possono nemmeno fare il bagno nel loro mare. A un certo punto i danzatori si accorgono che le loro stelle sono spente e decidono di ribellarsi, la guerra esplode proprio perché loro si ribellano».

Sullo sfondo dei suoi romanzi c’è sempre Sassari e c’è sempre la Sardegna, in maniera più o meno sfumata.

«Sassari c’è sempre e qui si riconosce, per esempio nell’uso del dialetto, alcune espressioni sono proprio in sassarese. L’ho utilizzato perché resta uno dei modi migliori per spiegare le cose. Ovviamente non ho la presunzione di essere originale e non ho inventato niente, Camilleri per esempio lo fa da anni. E sono sassaresi i tratti somatici dei personaggi, i loro comportamenti. Alla fine parlo di Sardegna perché credo che con i lettori non di debba barare ma dare se stessi e quest’isola è il mio nucleo ancestrale, dovessi mai scrivere la sceneggiatura di un film western lo ambienterei ancora qui».