GENESI 3.0 recensito da Federico De Vita su “Il Foglio”

26 giugno, 2019

Genesi 3.0di Federico De Vita

Il nuovo romanzo di Angelo Calvisi è un ostico e sghembo mistero narrativo. Il protagonista, Simon, che indossa una maglietta con una S che cambia significato per sottolinearne gli stati emotivi (S di Superman, di Svitato, di Sollievo), è figliastro e succube del temibile Polacco – eroe della Luminosa Guerra –, un personaggio che ha molti segreti (della guerra nulla è noto) e diversi piani d’azione nascosti in dei cunicoli sottoterra nel bosco in cui vive con S all’inizio della vicenda. Piani che aspettano solo di essere riesumati nel momento opportuno, quando una rivolta destrorsa sarà sul punto di prendere il possesso della Capitale e il Polacco tornerà al potere che lo aspetta negli anni di esilio latente. Il cambio di scenario non tarderà ad arrivare manifestandosi in vicende irte di burocrazie e dedali di muri innalzati per separare le varie parti della Capitale, dove la scena nel frattempo si è spostata.

Calvisi evoca alcune atmosfere della Trilogia della città di K (citata in epigrafe), aggiungendo elementi grotteschi, scivolate metaforiche a volte spiacevoli, e una serie di stranezze e ossessioni che continuano a tormentare le giornate di S, da un certo punto in avanti intrappolato nelle cliniche e negli apparati giudiziari della città. Il mondo che attraversiamo in questa storia, da qualcuno definita “fiaba nera”, è un altro, verrebbe da dire, non il nostro, trasposizione fantastica di una realtà parallela ma estranea. Invece grazie ad alcune interviste scopro che per l’autore il racconto è una fedele allegoria politica dell’Italia attuale, addirittura lo spunto di partenza con la casa ai margini di un bosco sarebbe autobiografico (Calvisi ha recentemente vissuto per tre anni in Germania e afferma di essersi ispirato, per la prima scena, al ricordo delle sue mattinate nello spiazzo sul limitare di una foresta). Mentre la destra che prende il sopravvento sarebbe da leggersi come un’immagine della Lega al governo, raggiunta, a un certo punto del racconto, dalla massa degli “altri” (i populisti del M5S), che sbarcano da pullman-balene appena arrivati nella Capitale per innestarsi rapidamente nel quadro politico, producendo slittamenti nel contesto generale che finiranno per essere favorevoli allo stesso S. Ma l’unione della asfittica burocrazia destrorsa e dei populisti darà alla luce, nelle ultime righe del volume, a un frutto deforme. Non sto facendo spoiler: la chiave allegorica che ho appena descritto ha poco a che fare con l’intreccio, il romanzo procede per sbalzi tra corsie d’ospedale e ossessioni mediche e idrauliche, così come ricca è la declinazione grottesca, in cui i rapporti sessuali si consumano in modo ridicolo (alcuni con la gallina Mitropa) e le imposizioni burocratiche arrivano a parossismi come costringere il protagonista a pulire ogni giorno con un rastrello lo stesso punto della stessa piazza, mentre il lettore è immerso in una sorta di sogno fosco, delirante, disturbante e non sempre calibrato con chiarezza.

Uno dei motivi più felici del libro è la grande conoscenza botanica di S, in grado di distinguere e indicare i nomi di ogni specie e di descriverne le incredibili virtù (l’Ottalidono è il “fiore che cancella l’emicrania e procura visioni ai creatori di moda”), ma questo dettaglio, divertente e ricco di inventiva, appare slegato dal tono medio e quindi gratuito, inutile ma prezioso per ricavarne un’altra chiave di lettura del romanzo, che è uno strano viaggio in un orizzonte di cui non si scorgono i contorni, mentre magari riusciamo a distinguerne con incongrua esattezza superflui particolari minutissimi.