COMETA recensito da Angelo Di Liberto su “La Repubblica – Palermo”

25 luglio, 2018

Due ragazzi e una vita senza meta (I consigli di Billy)di Angelo Di Liberto

Gentili lettori,
ragionavo con degli amici sulla scomparsa dei grandi artisti. Ricordavo quando, a Roma, avevo cenato con Arnoldo Foà, assorbendone misura e cipiglio nel tentativo di sentirli miei. Un po’ come quando con la mano sfioro i libri sistemati nelle mie librerie, “tocco” i maestri, nutrendomi del genio e spero che essi possano infondermi sapienza e stile.
Sono anche arrivato a sedermi davanti alla libreria di casa più grande, appoggiando le spalle per sentire i dorsi dei volumi in fila e percepirne quanti più possibile.
C’è chi abbraccia gli alberi, io tocco i libri, li annuso, li abbraccio. Mi consolo al pensiero che se anche Saramago, Balzac, Zweig non ci siano più, i loro pensieri continuino a sostenere i destini di milioni di esseri umani, senza distinzione di età, genere o orientamenti vari.
Semmai il punto è come fare arrivare i maestri a chi viene dopo di noi. È uno dei miei chiodi fissi. Al di là di tutte le differenze generazionali possibili, la letteratura ha perso autorevolezza tra i ragazzi, o meglio, non è attraverso i libri che i giovani sperimentano emozioni fondamentali e valori come la bellezza, la paura, la costanza, la generosità, il coraggio.
Non è nell’altro da sé incontrato in una storia che misurano le distanze con un mondo che, a dispetto della sua complessità, viene affrontato con lo sguardo di superficie di chi col quotidiano non ha nulla a che vedere.
Si vivono vite a sé stanti, squarci di visibilità che hanno la pretesa di significare un’esistenza. Ma nulla comunicano se non il balbettio di un io incompleto.

“La cosa più bella della mia vita diventò sbronzarmi fino a svenire, un po’ perché trovavo soddisfazione nell’autodistruzione fine a se stessa, ma un po’ più a fondo perché quando mi sfasciavo e buttato sul marciapiede non sentivo più nemmeno da che parte stava il mio corpo, a volte mi capitava di sfondare in uno stato di beatitudine ultraterrena”.
È il manifesto di questi tempi. Esprime mancanza di prospettive, scoraggiamento, confusione, nistagmo vocazionale.
Gregorio Magini è lapidario nel suo “Cometa”, uscito per Neo Edizioni, non edulcora e non attenua. Ci dice tutto e annienta la prospettiva. La storia di Raffaele e Fabio come quella di tanti ragazzi, né più né meno che scorie industriali. Il primo è cresciuto insieme al nonno, un vecchio libertino che impartisce al nipote un’ossessione sentimentale riguardante le ragazze.
“Devi stare attento alle femmine. Non avere paura, ma stare sempre attento. Quattro va bene. Tre va quasi bene. Due è rischioso. Ma una è letale”.
Il secondo, Fabio, è un giovane timidissimo, schivo, silenzioso. Passa la maggior parte del suo tempo chiuso entro le quattro mura della sua camera, rifuggendo la realtà e vagando con gli occhi davanti a un computer nella speranza di creare un social perfetto, Comeetr.

“Era così. In fondo l’aveva sempre saputo che il suo tempo consisteva in una serie di piani vuoti intervallati da idee folli, a cui seguivano brevi esplosioni di attività furiosa, che si risolvevano in silenzio, inazione, insensatezza”.
Magini scandisce il ritmo narrativo con l’urgenza di rastrellare l’ordine costituito, imprimendovi una nuova direzione, più direzioni a seconda di dove guardino i suoi personaggi. Raffaele e Fabio sono mancanza, richiamo a una vita invalidata dalla perdita. Le reazioni dei due, uguali e contrarie, non risolvono nessuno dei loro obiettivi, ma al contrario li tengono ai margini, spettatori nevrotici e assenti di uno scenario corrosivo, in cui sentimenti e aberrazioni navigano a distanza ravvicinata.
Ciò che risulta perturbante è l’ambiente che li circonda, insensibile e impreparato a fronteggiare il disprezzo del primo e la fuga del secondo. Ed è insopportabile l’anarchia che fa da sfondo alla mancanza d’amore.
“Cometa” è congelamento dell’umano, sospensione allegorica di salvezza, crisi del genio, congestione animica.
“Chi entra nell’universo della sofferenza non è abbandonato solo dagli altri: perde anche se stesso. Si trova a subire lo scherno della persona superficiale che era. Quando mi guarderò dal futuro mi prenderò per il culo?”.
Lo faremo anche noi? O continueremo con la solita formula autoassolutoria?
L’Antiquario vi saluta.