“Coi binari fra le nuvole” recensito su La Città.

13 dicembre, 2012

La piccola grande storia della Transiberiana d’Italiadi Alfredo Fiorani

Riccardo Finelli pubblica il “romanzo” della linea ferroviaria Sulmona-Carpinone. Un viaggio tra avvenimenti, aneddoti, memorie, segreti e leggende dell’Abruzzo

Diciamo subito che Coi binari fra le nuvole è un bellissimo libro. Di quei libri che ti viene voglia di suggerire in lettura al primo che incontri per strada. Libro di geografia e storia insieme. Ma anche narrazione per come cattura e sorprende. E’ il racconto di una linea ferroviaria, la Napoletana nel gergo dei ferrovieri, ovvero l’epica Sulmona-Carpinone. La tratta, sostenuta dal barone Giuseppe Angeloni, deputato del Regno, concepita nel 1879 e realizzata dalla Società Costruzioni Strade Ferrate Meridionali, venne inaugurata il 18 settembre 1892 e terminata il 1 giugno 1897. Negli anni, dopo una serie di vicissitudini economiche e riduzione di corse, si è giunti alla sua graduale e definitiva dismissione. Dopo 114 anni, l’ultimo viaggio in un uggioso pomeriggio del dicembre 2011. La data ha segnato, non la semplice fine di una glorioso tragitto ferroviario, piuttosto il dissolvimento di un’avventura umana, protrattasi per oltre un secolo, che ha visto imbarcati sulle carrozze che l’hanno percorso re, presidenti della Repubblica, umili lavoratori, studenti. Ed ancora: turisti, merci, militari, bestiame, emigranti in viaggio dalle sponde dell’Adriatico al Tirreno, e viceversa, sempre nel regno delle Due Sicilie, prima; in seguito, con meno enfasi, da Pescara a Napoli, dalla Pescara di Ennio Flaiano alla Napoli di Benedetto Croce.

E’ davvero sorprendente che un emiliano si sia così ben addentrato nella piccola storia di una porzione di terra abruzzese e, con la precisione dell’orafo, ha ricostruito non una storia, ma la Storia di un territorio che nel tempo è andato via via svilendosi. Con la mano di un benedettino, Finelli, ha trascritto nel più recondito dettaglio ciò che forse persino un indigeno ignorerebbe.  Tappa dopo tappa, con la disciplina e la pazienza di un pastore ha percorso a piedi la tratta Sulmona-Carpinone. Raccogliendo avvenimenti, aneddoti, memorie, segreti, leggende l’Autore ha incorniciato i 118,1 chilometridi ferrovia. Anzi, meglio, è la ferrovia stessa che li attraversa, al pari di una memoria mai svanita, inscritta su quel lungo quaderno in cui i margini sono i binari e le righe le traversine. Ad ogni stazione il pensiero del viaggiatore ha ricucito con grande sapienza narrativa storie di uomini e donne che si sono raccolte lungo quei binari nel corso dei decenni. Racconti di fatica, di umile quotidianità, di commerci, di speranze di vita come quelle degli emigranti verso l’imbarco partenopeo, ponte oltre il quale “Lamerica” era il nuovo mondo. Il mondo di Pasquale D’Angelo da Introdacqua, partito muratore e scopertosi scrittore o, magari, di Nicola Fante da Torricella Peligna, padre di quel John, autore dello splendido Aspetta primavera, Bandini. Ma anche le speranze, per chi restava, legate alla fine del secolare isolamento, che varcavano gli aspri confini della natura, delle stagioni più cruente.

La fisica dei luoghi, Finelli, ce la riporta con impareggiabile tocco di pittore. Emerge una natura incontaminata, costellata di valloni, d’altipiani, di colli, di conche, di canyon, di prati, di boschi e fiumi. Natura così contigua con gli avvenimenti umani, che si ha la percezione di quanto non ci fosse tra l’una e le altre nessuna divisione, nessun confine, bensì integrazione. In un rapporto quasi di mutuo soccorso, di protezione reciproca in un tempo in cui il niente di oggi poteva essere il molto d’allora. Si dava e si riceveva pressoché in egual misura.    Ricostruzione della geografia e della storia di un territorio, dunque, quella di Finelli. Ma c’è di più. C’è l’immaginazione dell’Autore a carnificare un pensiero, un’idea, una versione della vita, con tutto quanto essa racchiude, che si stringeva, cresceva e si sviluppava, e di destini che si mescolavano lungo quei binari.

Umberto Putaturo da Carovilli, ingegnere del Genio civile, scrisse una malinconica canzone, c’informa Finelli. Alcuni versi recitano così: «Lu trene ce passava ogni jorn’/la gente s’affullava tutt’attuorn’/Mò nu trene nun ce passa chiu,/La ferrovia è tutt’abbandunata/ca sembra dalla guerra mutilata…»   La Transiberiana d’Italia è finita nell’abbandono, è vero. Ma ne resta la leggenda che sopravvivrà molto più a lungo di chi ha permesso la sua triste fine.