“Coi binari fra le nuvole” recensito su Abruzzo Appenino.

09 ottobre, 2012

IN UN LIBRO, STORIE DI VITA, SUGGESTIONI E PAESAGGI DELLA SULMONA-CARPINONE – di Giuliana Susi

“Il viaggio vero comincia da qui. Quando i binari puntano direttamente verso il cielo patagonico che ti regala la cresta della Majella, tra pascoli e altopiani, nel west degli orapi, del caciocavallo e della genziana”.

Interessante, mai banale, sembra che il viaggio, a piedi per 120 chilometri su quei binari “in odore di dismissione” della Sulmona-Carpinone, sia stato trasformato da protagonista a pretesto per raccontare una storia, quella di una tratta ferroviaria chiusa nel 2011, fulcro di un ampio territorio montano a cavallo tra Abruzzo e Molise. Ci sono le montagne, i paesi, i paesaggi, ma soprattutto loro: i racconti dei personaggi che i due trakker dei binari incontrano. E’ un composto entusiasmo che resta al termine della lettura, tutta d’un fiato, di “Coi Binari fra le nuvole” (Neo Edizioni di Castel di Sangro) scritto da Riccardo Finelli, 38enne emiliano, accompagnato dal suo amico Stefano Cipriani, il quale ne ha curato la prefazione.

“Per raccontare qualcosa di questa ferrovia straordinaria, che attraversa uno dei pezzi d’Appennino più suggestivi e incontaminati, non c’era altra soluzione che infilarsi un buon paio di scarpe”. Una per riflettere su quello che eravamo e su quello che forse non siamo più; per raccogliere e raccontare storie, aneddoti, vite che per 120 anni si sono dipanate lungo le rotaie e raccolte su un treno che ogni giorno sfidava le alture e teneva insieme gli angoli estremi di una provincia italiana”.

Quattro le tappe toccate da Riccardo, risalendo il dorso ferroso dell’animale morente, passando per Pettorano sul Gizio fino a Campo di Giove. E poi in marcia alla volta di Alfedena. Seconda sosta e, poi, da Castel di Sangro a Cerreto di Vastogirardi, in Molise, per raggiungere, nell’ultimo giorno, Carpinone. Lo avevamo incontrato di buon’ora all’inizio della sua avventura, nella stazione Sulmona-Introdacqua, silente e solitaria. La molla che lo ha spinto è stato “il silenzio intorno alla Sulmona Carpinone”. Lo abbiamo rincontrato nel suo libro e intervistato dopo l’uscita nelle librerie.

“Appena la ferrovia ti dice qualcosa (e te ne racconta di cose) basta essere pronto a prenderlo e buttarlo giù. E allora non puoi fare a meno di scrivere di getto, perché alla falcata (o alla stazione) successiva non sarebbe più lo stesso pensiero.” Confessa, poi, di aver messo insieme appunti e pensieri sul regionale che quotidianamente lo porta al lavoro.

Nella lettura si intuisce la sua documentazione scrupolosa, con date e fatti che ricostruiscono la vita di quella linea, passata alla storia come “Transiberiana d’Abruzzo”, e di quella che i ferrovieri in gergo chiamavano “la napoletana”. Il cammino, attraverso intemperie, con le vesciche ai piedi e la fatica per amica, sotto il diluvio, tra “l’assenza totale di vita” e “il vuoto monumentale che è intorno”. Emerge il passato florido di alcuni paesi e si rivivono episodi di cronaca. I due toccano tutte le stazioni, quelle fantasma e quelle gloriose, immersi nel fascino di case cantoniere, ognuna con una sua storia, con personaggi diversi, come il proprietario di un bar aperto in una stazione chiusa, un ferroviere di Castel di Sangro, citando anche pensatori e scrittori come Pascal D’Angelo, poeta introdacquese che emigrò negli Usa su quel treno. Incontra, nel libro, anche il sindaco di Scontrone, che seguiva la vicenda su Facebook… Compagni di viaggio, poi, a staffetta, un po’ come Virgilio e Beatrice per Dante, con il loro sapere, i loro ricordi ed esperienze di vita. Prima Emanuele, poi Liborio D’Amore, ex sindaco di Campo di Giove ed ex macchinista, che si aggrega alla comitiva, suggerendo: “la ferrovia guardatela dal basso, dalle radici”. Una serie di

riflessioni dell’autore, il quale, nella nostra intervista, quasi concretizza, affermando che ci “si rende conto che la ferrovia è grande, vasta. Molto più di una massicciata di sassi con due strisce di acciaio sopra. Sono ferrovia le opere idrauliche sottostanti che, oltre a riempire le caldaie delle locomotive, davano acqua a interi paesi. Sono ferrovia le pinete piazzate per proteggere i treni dalle bufere. Ma soprattutto le storie, centinaia, migliaia, di donne e uomini che tutti i giorni l’hanno praticata come ferrovieri o viaggiatori e così, davvero, camminando, hai la sensazione di averla sopra e sotto questa strana bestia. E la ritrovi, viva di turbine, fuoco e dinamo, nelle storie della gente che incontri”.

Folla alle presentazioni del lavoro nell’agosto scorso, in ogni paese. Da Villa Scontrone ad Alfedena, da Pescocostanzo a Barrea e a Castel di Sangro, dove parole di elogio, nell’introduzione al dibattito, sono state spese dal presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini. Conferenze che in autunno toccano Sulmona e Campo di Giove.